GRAZIE COVID

Tre anni fa, me ne stavo seduto sul terrazzo nel silenzio di un pomeriggio da coronavirus, privo anche del dolce rumore dell’Ulisse. Calma piatta priva di onde.
I mass-media erano riemersi a nuova vita, diventando la tecnologia dei poteri forti nel mondo. Quegli stessi poteri che avevano sovvenzionato una nuova tecnologia come invisibile tiranno che porta i suoi effetti distruttivi nei più profondi recessi della psiche umana, “più di quanto possano fare i denti a sciabola della tigre o dell’orso. Quello di cui c’era bisogno non era attaccare l’imbecillità, ma spiegare ciò che la sosteneva.
Le classi privilegiate erano confortevolmente sdraiate e serene nei loro credi. La loro coscienza era cristallina, anche grazie all’assoluzione della Chiesa; con gli oppressi, che non sapevano di esserlo, debitamente convinti di essere creature inferiori, orgogliosi della loro condizione servile; gli intellettuali, usignoli dei padroni, si sentivano a loro agio, nel redigere i loro discorsi politici che in gran parte erano in difesa del sistema vigente.
Oggi, non essere consapevole di tutto quello che sta succedendo alle nostre “libere esistenze” e collocarle alla loro reale concessione o dono corrisponde al non capire chi veramente siamo in un contesto non creato da noi e nel quale ci viene accordato di vivere.
La libertà dell’uomo, di conseguenza, non è il risultato di un atto arbitrario dello stesso ma quella di atti determinati da poteri che ci governano. La libertà non è fatta di libere scelte: chi non può scegliere nella propria vita non è libero. Senza libertà di scelta non c’è creatività; senza creatività non c’è vita. Quante volte durante la nostra vita abbiamo sentito dire che la libertà era uno dei “doni”, dunque una donazione non una conquista attraverso atti rivoluzionari, “atti arbitrari” come li chiamerebbe Gianbattista Vico.l
Atti arbitrari che porterebbero alla sollevazione di una umanità consapevole, dando vita inevitabilmente, ad una lotta che una volta si chiamava “lotta di classe” mutuando il termine da Karl Marx, il quale considerava la struttura della società in relazione alle sue classi principali e la lotta tra di esse come il motore del cambiamento in questa struttura. La sua non era una teoria dell’equilibrio o del consenso. Il conflitto non era cambiare direzione all’interno della struttura della società, né le classi erano elementi funzionali al mantenimento del sistema. La struttura stessa era un derivato e un ingrediente della lotta di classe.

Gigino A Pellegrini & G el Tarik

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