BULLETTI DI QUARTIERE

Beaumont sur Mer –

“Essere odiati dagli idioti è il prezzo che si paga per non essere uno di loro” Jean Cocteau.

Qualcuno in maniera superficiale deumanizza le persone di cui parla, le rende un numero. A nessuno interessa guardare una persona negli occhi e vedere quanta sofferenza esprimano. Questo potrebbe essere definito un articolo contro l’indignazione. Ma come, replicheranno gli indignati, con tutto quel che accade per cui è sacrosanto indignarsi, stai a vedere che ora il problema è l’indignazione!

Il concetto di indignazione politica come effetto chiave della crisi contemporanea di rappresentanza politica. Prendendo atto della svolta in atto nelle scienze sociali, la tesi utilizza l’indignazione come strumento euristico per analizzare i discorsi e le pratiche dei cittadini in quattro contesti di contesa politica sostanzialmente differenti.Con gli scandali che germogliano a cadenza giornaliera; la corruzione, le inefficienze, i disservizi, gli esempi d’inciviltà che affliggono i cittadini del Sud Italia ogni giorno – come sarebbe possibile non indignarsi? E poi l’indignazione serve a cambiare, se si pensa che dall’altro lato c’è soltanto la rassegnazione. Dunque è meglio essere indignati che rassegnati.

A me sembra che il punto, però, sia un altro. Ed è concreto, storico, non astratto: il problema non è l’indignazione in generale, ma l’indignazione che è venuta montando in questa parte del Tirreno calabrese, negli ultimi anni. Un’indignazione che da qualsiasi punto di vista la si osservi non rappresenta più una soluzione. Queste poche righe non vogliono essere di natura “strettamente” politica, ma esprimere una grande preoccupazione.

Viviamo in un’epoca in cui la notizia deve viaggiare veloce, arrivare al cittadino senza preamboli o giri di parole. Sembra ormai che non abbiano nessuna importanza i perché, o l’importanza delle fonti, ma solo il carico emotivo. C’è però un anello mancante tra l’indignazione e la partecipazione attiva a bloccare tutte le malefatte delle amministrazioni pubbliche. L’anello è l’esercizio di indignazione a distanza, per così dire, che impigrisce, anche se è vero che c’è poco rinnovamento nei partecipanti alle manifestazioni: chi non partecipa si è abituato a riconoscere slogan e manifesti già visti altrove, anzi a tutte le manifestazioni di qualunque genere esse siano.

A tutto questo disfacimento partecipano a pieno titolo i media locali e nazionali con quello di creare, si, proprio di creare un nemico esterno. Si osservi bene, per esempio, Salvini della Lega, una persona che cavalca l’onda dell’indignazione e della rabbia di un paese in ginocchio, indirizzandola verso delle minoranze a vantaggio del proprio partito. L’indignazione nasce come reazione immediata a un torto percepito, a una disuguaglianza intollerabile o alla rottura del patto sociale tra i cittadini e il potere. Filosofi e pensatori l’hanno spesso descritta come il primo segnale di risveglio della coscienza critica contro l’ingiustizia o l’oppressione.Se l’indignazione spiega il “perché” un popolo scende in piazza, una rivoluzione o un cambiamento strutturale richiedono poi un’organizzazione, una visione politica e obiettivi di lungo periodo per trasformare la rabbia in istituzioni o diritti duraturi.

Analisti e critici evidenziano come la comunicazione politica di Trump abbia strumento di mobilitazione costante.Nelle democrazie, la rabbia possiede un potere peculiare. Se abilmente incanalata di fronte al pubblico giusto, colpisce dritto al cuore della politica popolare. Attira l’attenzione, soffocando il brusio dei cicli di informazione. È intrinsecamente personale e quindi difficile da confutare con argomentazioni di principio; rende il politico personale e il personale politico. Si nutre di emozioni primordiali: paura, orgoglio, odio, umiliazione. Ed è contagiosa, infondendo in chi la pensa allo stesso modo un senso di sacralità della causa. Nelle ultime settimane, è diventato sempre più onnipresente nella politica americana. Giovedì scorso, in Montana, il presidente Donald Trump ha elogiato il deputato repubblicano Greg Gianforte, che si è dichiarato colpevole di aver aggredito il giornalista del Guardian Ben Jacobs, dicendo: “Chiunque sia capace di una presa di sottomissione… è il mio uomo”.

Politici e leader religiosi hanno perfezionato l’arte dell’indignazione per motivare i propri sostenitori o deviare attenzioni indesiderate, e il ciclo delle notizie è sempre più dominato da resoconti su queste piccole tempeste. Qualche intellettuale di recente ha sottolineato come la politica dell’offesa stia avvelenando il dibattito pubblico. Con i sentimenti feriti esibiti come bandiere sindacali, abbiamo inaugurato un nuovo clima di censoria, autocommiserazione e presunzione. La censura non ufficiale ha persino portato alla censura ufficiale; spolverando vecchie leggi sulla blasfemia, ci stiamo muovendo verso il passato. Eppure qualcuno sostiene che la libertà di parola è priva di significato senza la libertà di offendere, e che l’affermazione di essere offesi dovrebbe essere l’inizio della discussione, non la fine.

Qualche settimana fa il candidato repubblicano alla carica di governatore in Pennsylvania aveva detto al suo avversario che gli avrebbe “calpestato la faccia con le scarpe da golf”. Dall’altra parte dello schieramento politico, l’ex procuratore generale Eric Holder aveva affermato: “Quando si abbassano al loro livello, li prendiamo a calci”. Entrambi gli uomini in seguito hanno precisato le loro dichiarazioni, sottolineando di non aver avuto l’intenzione di incitare alla violenza. Il loro scopo – sebbene nessuno dei due lo abbia esplicitamente dichiarato – era quello di usare la retorica per alimentare gli animi e raccogliere consensi.L’indignazione si scontra con una base di sostenitori che percepisce la stessa retorica come una sfida necessaria alle élite istituzionali, creando una spaccatura profonda in cui la stessa idea di democrazia e di gestione del potere viene vissuta in modo speculare e conflittuale. Le ripercussioni di questo clima continuano a influenzare i cicli elettorali americani, con i partiti costantemente impegnati a ridefinire il confine tra critica legittima e polarizzazione tossica.

Ritornando a casa nostra; aggiungerei che i “leaders” stessi dell’opposizione sembrano avere scarsa conoscenza del sistema che vogliono “abbattere” e precipitano in luoghi comuni di ingenuità imbarazzante. L’indignazione è lo sport nazionale italiano ergo dei meridionali. I campionati, a cui partecipano i due terzi della popolazione, vengono trasmessi in diretta tv ogni giorno, nei telegiornali e nei salotti televisivi dei principali network nazionali.L’indignazione è dovuta spesso a cause di interesse comune, come ad esempio microcriminalità, tasse troppo alte, servizi pubblici inefficienti. La caratteristica di queste crisi di “collera” è che la reazione è eccessiva e inappropriata rispetto all’ episodio (solitamente banale. Pensiero benpensante) che l’ha scatenata. La rabbia viene espressa in modo esplosivo, non mediato dalla ragione e non di rado viene agita con comportamenti che mirano, senza volerlo, all’autodistruzione. Malgrado le apparenze, le esplosioni di rabbia ripetute rivelano una profonda sofferenza interiore. In molti casi le persone che si indignano troppo, a causa della loro storia personale, sono particolarmente sensibili alle esperienze di perdita, rifiuto e abbandono. All’improvviso, una indignazione collettiva sacrosanta si trasforma in disagio personale.

Per questa ragione ogni minimo segnale di rifiuto o di disinteresse da parte di una persona significativa è in grado di innescare una sensazione di disperazione che si esprime con rabbia e accuse. Nulla di più. L’indignazione si vende oggi nelle strade e sui social in rete benissimo, meglio di quasi tutto il resto, forse meglio anche di Madonna che annunciava sesso orale per tutti se vinceva Hilary Clinton. Il punto, però, è un altro. Il problema non è l’indignazione vaga, generale, ma l’indignazione che è venuta montando ultimamente ed è quell’indignazione che, malgrado all’inizio sia stata generata da fatti stramaledettamente concreti (la nauseante gestione della cosa pubblica), poi li ha trascesi, e s’è trasformata in una sorta di condizione dello “spirito”.Molteplici studi e cronache giornalistiche (come gli approfondimenti pubblicati su The Atlantic e ABC News hanno documentato come i toni aggressivi, l’attacco alle minoranze, ai media e agli avversari politici abbiano alimentato tensioni sociali e episodi di intimidazione e violenza. La Destra del governo italiano ha pensato, di far fronte al disagio dei giovani e alla povertà sempre più evidente, tirar fuori dal cilindro decreti punitivi.”Non devo dirti che le cose vanno male. Tutti sanno che le cose vanno male. È una depressione…

Sappiamo che l’aria non è respirabile e il nostro cibo non è adatto al cibo, e ci sediamo a guardare la TV mentre un giornalista locale ci dice che oggi abbiamo avuto quindici omicidi e sessantatré crimini violenti, come se fosse così che dovrebbe essere….

“La televisione non è la verità. La televisione è un parco dei divertimenti, la televisione è un circo, un carnevale, una troupe di acrobati, cantanti, ballerini, suonatori di nacchere, addestratori di leoni e giocatori di football.” Dal film Network del 1979 diretto da Sidney Lumet.”Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!” Il celebre urlo del presentatore Howard Beale.

Gigino Adriano Pellegrini

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