IL POST COVID

Beaumont sur Mer –

Nonostante i cambiamenti, nel mondo occidentale, la liberal-democrazia – un sistema politico basato sul concetto di empowerment degli individui – è in questi anni diventata paludosa. Le nazioni “liberal-democratiche” oggi non sono di più di quelle che erano all’inizio del secolo. Fedeli a questa nuova fase gli autocratici hanno, in modo significativo incrementato il monitoraggio, vincolando, e persino manipolando le cosiddette tecnologie che dovevano essere di “liberazione”.

A me non sembra vero che la tecnologia digitale abbia disarticolato la gerarchia di potere e la sua concentrazione. I media restano fortemente oligopolistici, intrecciati con le élite che detengono l’autorità politica e il loro ruolo di intermediazione è ancora potentissimo. Insomma, quello della socializzazione democratica del potere comunicativo attraverso la nuova tecnologia è nulla più di un mito accuratamente coltivato da chi attraverso una selezione dell’agenda pubblica – dove il silenzio su ciò che non si dice conta più di quello che si dice – riproduce un’egemonia ferrea sulle masse.

Al facile ottimismo che in varie forme si era manifestato nelle affermazioni dei teorici della democrazia elettronica, si oppone una fitta schiera di critici le cui argomentazioni non sono prive di rilievo. Infatti la democrazia telematica, facendo a meno degli istituti della mediazione e della rappresentanza politica, potrebbe dare luogo ad un rapporto diretto tra governante e governati. La partecipazione popolare si ridurrebbe così ad una sorta di folkloristico sondaggio elettronico. In parte lo è già oggi. Se poi si pensa alla grande influenza che mezzi di comunicazione hanno nella determinazione della opinione pubblica, ci rendiamo conto che la destabilizzazione dell’equilibrio tra forme e istituzioni della politica può far emergere la parte dormiente della stessa democrazia, indirizzandola verso forme pericolose di “tecno-populismo”. Dalla democrazia diretta si passerebbe alla democrazia plebiscitaria, che è l’anticamera della tirannide.

Il passaggio dall’approvazione plebiscitaria alla tirannide (o dittatura) è un meccanismo storico e politico studiato per descrivere come il consenso popolare, spesso manipolato, possa legittimare l’ascesa al potere assoluto di un individuo o di un gruppo. I plebisciti “bonapartisti”, ad esempio, venivano utilizzati per dimostrare l’esistenza di un vasto consenso attorno al “dittatore” attraverso riforme cesaristiche.La grande concentrazione di potere nelle mani di un solo individuo, che è propria del cesarismo, nonché il carattere plebiscitario del conferimento della delega (nella forma pura l’acclamazione sostituisce l’elezione del rappresentante), il cesarismo diventa nient’altro che una forma di difesa della stessa “democrazia moderna” che si vede in pericolo e attua questa forma di tirannide moderna. “Credi forse che il dovere debba temere di parlare quando il potere si inchina all’adulazione? Che l’onore sia vincolato alla semplicità quando la maestà cede alla follia.

” Kent nel Re Lear di ShakespeareNel recente passato, emersero differenze procedurali (la Germania continuò con la legittimazione plebiscitaria fino alla vigilia della guerra; dopo il 1934 l’Italia ritenne inutile ricorrere all’elezione per acclamazione) per quanto riguardava il rapporto tra il leader e le “masse” (i due eventi fascisti unanimi furono “burocratizzati” come sedute elettorali, con scarso entusiasmo da parte della maggioranza degli italiani; il nazismo sfruttò cinque plebisciti per sondare la “mobilitazione permanente”, caratteristica dell’esperienza “totalitaria” tedesca.

Gigino Adriano Pellegrini

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