REFERENDUM: MELONI SI AUTOASSOLVE E NON LASCIA

Punture di spillo 2026

Un referendum lo si può anche perdere e non per questo ci si deve dimettere. Non è un caso infatti che nessuna legge lo preveda. Ma molto dipende dalla “sensibilità istituzionale” oltre che dalle modalità e dall’entità della sconfitta. E sul referendum contro i giudici Giorgia Meloni ha inanellato un rosario di errori.

La Premier, per difendere una compattezza “fittizia” della coalizione, ha sbagliato a “caricarsi” una battaglia estranea al DNA di FdI.

Ha sbagliato nel non cercare in Parlamento, sulla riforma della giustizia, un confronto con le Opposizioni, ovviamente consentendo e ad un tempo cedendo.

Ha sbagliato, approvato il testo mai modificato neppure dagli stessi partiti della coalizione in ben quattro letture, ad attivare la sua stessa maggioranza nel chiedere il referendum confermativo.

Ha sbagliato nel “bruciare” i tempi sulla data del voto, solo per dimostrare che chi ha i numeri “comanda” senza alcuna concessione alle Opposizioni.

Ha sbagliato, Lei per prima, sui toni della campagna referendaria. Ha sbagliato nella provocazione: “Se vince il NO, la Giustizia non sarà riformata e… vi terrete anche la Meloni”. Cioè: Io non schiodo. Contravvenendo alla massima che solo il Popolo l’avrebbe potuta mandare a casa e dimenticando che il referendum è l’unico strumento a disposizione del “popolo sovrano”. Ha sbagliato, dopo la sonora bocciatura del referendum, ad abbandonarsi ad una reazione collerica che ha evidenziato tutta la sua fragilità. Paradossalmente, avrebbe dovuto evitare la “ramazza” dicendo che non era successo niente e che il Governo avrebbe rispettato la volontà dell’elettorato. In fondo sono quasi quattro anni che ci racconta fake news.

A bocce ferme, occorre fare alcune riflessioni. A Palazzo Chigi e a via della Scrofa erano sicuri di potersi intestare la vittoria. Così non è stato ma a questo punto Giorgia Meloni non crede di aver chiuso le porte della stalla quando i buoi erano già usciti? Tradotto: Nella sede del Governo non arrivava il “fetore” di animali malati di cui sarebbe stato meglio sbarazzarsi per tempo? E’ sicura la Premier che sia sufficiente, dopo il terremoto delle urne, qualche cinico colpo di spugna per rimettere in piedi un governo dove molti “impresentabili” non sarebbero mai dovuti entrare se il “merito” fosse stato utilizzato non solo per integrare il nome del ministero dell’Istruzione?

Ora che la “purga” meloniana ha costretto anche Daniela Santanchè a farsi da parte, cosa succede? Individuati e mandati a casa i capri espiatori, tutto come prima? La Premier si salva? Forse, sbagliando, lo pensa ma non sarà così. E’ vero che Meloni ha sempre detto che non si sarebbe dimessa. Ma è la stessa che nel 2016 ricordava a Renzi che “il referendum è il banco di prova del governo e se lo perdi vai a casa”? Lui c’è andato. E Giorgia?

Non credo che la giubilazione di Delmastro, della Bartolozzi e della Santanchè chiudano la vicenda referendum e la lettera della Pitonessa, ispirata da Gnazzzio Benito La Russa, lo lascia presagire.Innanzitutto perché sulla batosta referendaria Santanchè non ha alcuna responsabilità, se non per l’immagine di protervia mostrata fin da quando le prime indagini hanno cominciato a lambirla.Già allora, nel 2022, Meloni avrebbe dovuto imporle di lasciare il governo e non ora, cedendo – sembra – alla richiesta di Delmastro di legare le proprie dimissioni a quelle del Ministro del Turismo. Ma, direbbe Di Pietro, frontman per la campagnadel “si”, che c’azzecca? E’ da anni che Daniela Santanchè avrebbe dovuto lasciare l’incarico ministeriale senza appellarsi alla mancanza di una sentenza. Il problema per un politico – soprattutto se ministro – è etico non giudiziario. Ma l’errore più grave della Meloni è di aver fatto entrare nel governo una signora che, per cultura, può gestire il Twiga non il Ministero del Turismo.

E Delmastro, condannato in primo grado a 8 mesi per rivelazioni di segreto d’ufficio, si sarebbe dovuto dimettere subito dopo la ”vicenda Cospito” quando consegnò atti riservati al “compagno” di Partito Donzelli per un suo show in aula a Montecitorio.

Sia per lui che per la Santanchè Meloni, sorda alle richieste delle Opposizioni, fece finta di nulla offrendo l’immagine di essere la protettrice della casta politica. Quella casta che aveva sempre fortemente criticato.

Evidentemente l’è bastato salire lo scalone d’onore di Palazzo Chigi, entrare nella stanza dei bottoni e girare il mondo con comodi voli di Stato per “calmare” la sua verve tribunizia.

I Leader, quelli veri, si vedono nelle difficoltà e Meloni, alla prima vera prova, ha sbagliato tutto. Ma chi se ne frega, tanto pagano gli altri!

PdA

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