Punture di spillo 2026-
La riforma della giustizia sarà pure “epocale”, come dice Giorgia Meloni, ma ha due difetti di origine: E’ solo una cornice “vuota” che – una volta eventualmente approvata dagli italiani – il governo “riempirà” con leggi ordinarie che il Parlamento a maggioranza bulgara ratificherà come è avvenuto per la riforma che in ben quattro distinte letture non è stata modificata di una virgola.
E qui veniamo al secondo “difetto”. Perché quel confronto con le Opposizioni – che la maggioranza a voce oggi promette per i decreti attuativi – non è stato fatto quando in commissione e nelle due aule si è discussa la riforma? Probabilmente, in omaggio al principio di questa Destra secondo la quale chi vince “comanda” e si prende tutto, come è avvenuto per le presidenze di Camera e Senato e delle commissioni parlamentari, se si escludono quelle previste per legge.
E siamo al vero “ostacolo” che in questa legislatura ha diviso maggioranza e opposizione: La concezione del prendere o lasciare! E’ possibile che la Premier, “catapultata” inaspettatamente al piano nobile di Palazzo Chigi, abbia peccato di inesperienza o sia stata male consigliata da chi si è dimostrato altrettanto inesperto. O può darsi che il “decisionismo”, insito nel suo carattere, l’abbia portata a fidarsi solo della “Famiglia” e di un amichettismo che a volte nega la meritocrazia. Pensare di modificare la Costituzione senza alcun confronto con le Opposizioni è stato un atto grave, soprattutto se – come sostiene Giorgia Meloni – il “si” sarebbe trasversale ai due schieramenti. E qui soccorrono due degli aggettivi con cui il Cavaliere la “bollò”: supponente e arrogante! Il sospetto invece è una “saldatura” tra l’epoca berlusconiana, caratterizzata dai continui bracci di ferro con la magistratura, e le decisioni di questi quattro anni di governo per le sentenze di alcuni giudici sui migranti che avrebbero ostacolato il governo nell’attuazione del programma elettorale. In questo “inzufolata” anche da quell’anima bella di Matteo Salvini “bruciato” dal non essere tornato agli Interni. A Giorgia Meloni andrebbe poi ricordato che Borsellino, cui lei si riferisce continuamente per essere entrata in politica, è stato sia Pm che giudice. E con lui lo stesso Falcone e tanti altri ottimi magistrati.
Così come non si possono dimenticare le sue “intemerate” quando, dall’opposizione, “sbraitava” contro lo spreco del pubblico danaro. Mentre ora, con la riforma della giustizia imposta ad un Parlamento “obbediente”, il CSM si triplica, moltiplicando i posti da 33 a 78 e i relativi costi andranno dagli attuali 50 a 150 milioni di euro. Ma la preoccupazione in realtà è un’altra: restare a Palazzo Chigi, anche se gli italiani la dovessero bocciare. Una pretesa più che lecita: nessuna legge prevede dopo un referendum le dimissioni e nessuno gliele chiede. Però non dica che la consultazione del 22 e 23 marzo “non è un giudizio sul governo”. E’ vero il contrario, proprio per come è stato gestito, – su suo input – l’iter parlamentare.Piuttosto, una considerazione finale sulla barbarie di questa campagna referendaria dove i colpi bassi hanno prevalso sul merito.Anche perché la materia è troppo tecnica e di non facile comprensione, sarebbe bene valutare in futuro la possibilità di una riforma Costituzionale che escluda – come già avviene per le leggi tributarie e di bilancio – anche la giustizia.
PdA