Punture di spillo 4/26
A Giorgia Meloni le si saranno strabuzzati gli occhi leggendo che il Presidente della Camera ha lodato “il lavoro di squadra” bipartisan nell’approvazione del nuovo regolamento di Montecitorio, in vigore dalla prossima legislatura. “Perché così bisogna fare – ha detto – quando si lavora sulle regole”.
Esattamente quello che la Premier non ha fatto per la riforma costituzionale delle giustizia, approvata solo dai partiti di maggioranza e con un Parlamento umiliato, che non ha potuto cambiare neppure una parola in tutte e quattro le letture di Camera e Senato.
E c’è qualcuno che si chiede se la Premier, all’inizio, volesse realmente questo braccio di ferro con i magistrati, tanto che lo stesso Presidente del Senato, qualche giorno fa, si era lasciato scappare se “in fondo ne fosse valsa la pena”. A questo punto però non si può tornare indietro e la Presidente del Consiglio è costretta a metterci la faccia e a subire le conseguenze, certamente negative, di un eventuale successo del “NO”. Fa ridere infatti il tentativo del sottosegretario Fazzolari di tenerla al riparo dalle polemiche dicendo che la riforma non porta la firma della Ducetta.
Vero! Il testo non è suo ma di Silvio Berlusconi e Meloni – che pure aveva detto che ne sarebbe stata fuori – nel fango delle polemiche ci è caduta lo stesso con tutte e due le scarpe ed oggi non può chiamarsi fuori. Ed è fuori discussione la percezione, secondo il vecchio disegno berlusconiano, che il Governo la voglia far pagare alle toghe.Lo ha fatto la stessa Meloni dicendo che occorre mettere un freno alla “invadenza” delle Toghe politicizzate. Lo ha detto il vicepremier Salvini parlando di “zecche rosse” ma soprattutto il ministro Nordio quando ha accusato il CSM di logiche “paramafiose” e si è meravigliato delle critiche di Elly Schlein, visto che di questa riforma se ne potrà giovare anche il PD, una volta al governo.Il PM sotto il controllo del potere esecutivo non sarà nel testo oggetto del quesito referendario ma – non prendiamoci in giro – rappresenta un desiderio inconscio di una parte della maggioranza e qualcuno dice che i testi attuativi siano già “pronti”.
Fantasticherie? Non direi se, ad un mese dal referendum, il Capo dello Stato, contro ogni consuetudine, è intervenuto in una seduta ordinaria del CSM proprio in difesa dell’autonomia dell’organo di rilevanza costituzionale, che lui stesso formalmente presiede, di fronte all’aggressività degli esponenti più destrorsi del Governo nei quelli sembra echeggiare, come ha scritto Ernesto Galli della Loggia, “l’antico risentimento degli esclusi”.
In fondo 80 anni di emarginazione “pesano” e spiegano tante cose: per esempio, l’ostracismo ad una Costituzione scritta sulle macerie del fascismo e che oggi, grazie ad una maggioranza bulgara, Giorgia Meloni vorrebbe stravolgere.
Attentare alla divisione dei poteri è un primo pericolosissimo passo!
PdA