Beaumont sur Mer
L’affascinante capitolo della storia antica si apre con la fondazione di Rhegion da parte di un gruppo di coloni Calcidesi e Messeni, dando vita a un’epopea di espansione, rivalità e conflitti tra le fiere polis greche della Calabria. Da Rhegion, la colonizzazione si diffuse, dando vita a città come Sybaris, Kroton, Kaulon, e Locri Epizephìri.
Queste colonie, con il passare del tempo, non solo prosperarono ma divennero anche teatro di intensi scontri tra di loro, riflettendo la complessità delle dinamiche politiche e sociali dell’antica Magna Grecia. A partire dal V secolo a.C., nella Magna Grecia, emerse il termine Ιταλιώτης (Italiotes) per distinguere i Greci residenti nell’Italia continentale dagli altri Greci.
Questo termine fu anche utilizzato per denominare la Lega Italiota, inizialmente formata dalle città achee per contrastare l’espansionismo di Lucani e Brettii a nord e Siracusa a sud. Nel corso del tempo, la Lega Italiota si estese coinvolgendo quasi tutte le città elleniche della Magna Grecia.Nel 285 a.C., Rhegion chiese l’aiuto di Roma contro le minacce cartaginesi. Nel 270 a.C., la città divenne civitas federata e nel 89 a.C., Municipium. Locri Epizephìri, alleata di Siracusa, annesse i territori delle città greche sconfitte dai Siracusani. Coinvolta in guerre contro Atene, Pirro e i Cartaginesi, Locri subì assedi e saccheggi, portando a un declino della popolazione.Nel 90 a.C., la città ottenne la cittadinanza romana e divenne Municipium Locrensium, segnando la fine dell’epoca d’oro della Magna Grecia in Calabria.
Dopo duemila anni sulla costa tirrenica un ragazzo usciva dal letargo ed assisteva alla processione del venerdì prima di Pasqua. Questo stesso ricordo riaffiora in lui ormai adulto e insieme all’età si è portato dietro anche alcune domande. Non ha mai capito, per esempio, l’assenza di Giuseppe al funerale del figlio Gesù. Eppure un figlio rappresentava e rappresenta la carne dei genitori, il prolungamento della loro esistenza. La loro vita e loro carne allora come adesso è lì, incarnata al di fuori di loro, in quel figlio che però sarà senza vita. La madre, Maria, affranta, sarà sempre lì. Dietro alla salma del proprio figlio. Col passare degli anni, il giovane Italiota, si rendeva conto che, nella realtà della sua provenienza, per una madre perdere il proprio figlio era la tragedia più grande che potesse colpire la vita di una donna che lo aveva partorito. Un dolore dal quale non ci si riprende mai, una ferita sempre aperta. Il giovane vede la statua di quella madre piangere per quel figlio e per ciò che avrebbe potuto vivere e per il suo futuro che non ci sarà.
In quel venerdì tanto caro e importante per i cristiani, l’Italiota dal suo muretto delle Scuole Elementari gli arriveranno quelle voci che annunceranno l’arrivo delle immutate statue portate a spalla e che rappresentano i protagonisti del sacrificio di un giovane di 33 anni, dei suoi aguzzini e dell’inconsolabile madre dal volto coperto dal velo accompagnata dalle voci e pianti di tantissime donne. Stabat Mater dolorosaiusta crucem lacrimósa,dum pendébat Fílius.Cuius ánimam geméntem,contristátam et doléntem pertransívit gládius.Lei apparirà in quel suo vestito nero dietro al corpo senza vita di quel figlio. E, la percezione del cordoglio della collettività non sarà la stessa per il padre “assente”. L’attenzione tenderà a concentrarsi sullo straziante dolore della madre e sul corpo di quel figlio.Dall’albero di limoni, le foglie si adageranno sulla roccia color ferro. L’aria sarà fredda, umida, e limpida; e anche il fischio del treno all’italiota sarà indifferente. Se ne starà rannicchiato nel suo letto moderno mentre lo scorrere del fiume si allungherà sulla superficie dell’Ulisse, palmo dopo palmo.
Gigino Adriano Pellegrini