UN UOMO QUALUNQUE

Beaumont sur Mer

Mi venne incontro
con mano tesa.
Un uomo stanco
senza domani.

Circa 5 anni fa mi trovavo sul Pacifico, a Nanaimo sull’isola canadese di Vancouver. Una sera decisi di andare al cinema per vedere un film scritto e diretto da Frank A. Cappello, grottesco e pervaso di umorismo nero, attacca un intero sistema votato al darwinismo sociale, privo di umanità.
Protagonista, un inaspettato Christian Slater non abituato a profili impegnati e proveniente da ruoli di eterno ragazzo. A monte della frustrazione caustica che pervade l’intera atmosfera della pellicola c’è soprattutto il lavoro alienante – dentro un monolitico e cupo grattacielo aziendale – ma anche chirurghi che parlano di vacanze durante le operazioni e notiziari televisivi stupidi, ripetitivi, con cronisti avvoltoi pronti a trasformare i giustizieri in celebrità.
Un uomo, può parlare con grande semplicità, e non accorgersi che quelle stesse parole, che lo separavano dalla esistenza di molti altri esseri umani, potessero straziargli il cuore e dar fuoco alla propria testa. Forse avrebbe preferito parlare ancora nel tentativo di barcamenarsi in questo mondo così crudele, e per nulla rassicurante. Lo stesso uomo potrebbe provare vari metodi per capire, incluso quello di procedere per tentativi ed eliminazione di errori. Utilizzando questo metodo, potrebbe, forse, capire quello che gli sta succedendo.
Un’altra cosa , più importante delle altre forse, e che l’uomo ignorava, era la mia salute che con il passare degli anni, inavvertitamente, era diventata molto delicata ed esposta ai raffreddori dell’età che la minacciavano. C’è anche un aspetto da non sottovalutare ed era la disumanizzazione dell’essere umano.
Quindi, per dare il via, ad un inventario della sua vita l’uomo dovrebbe anche capire quale ruolo, la disumanizzazione ha avuto in quello che viene considerato il singolo evento più distruttivo nella storia umana: la seconda guerra mondiale con i suoi settanta milioni di persone morte.
lMolti sono stati bruciati vivi da bombe incendiarie e, alla fine, da armi nucleari. Altri milioni sono stati vittime di un genocidio sistematico. La disumanizzazione (l’arte di non definire gli umani in quanto tali) ha reso possibile gran parte di quella carneficina. I nazisti, per esempio, chiamavano gli Ebrei “ratti” Gli Hutu coinvolti nel genocidio in Ruanda chiamavano e chiamano i Tutsi “scarafaggi”; Pol Pot, a capo dei suoi khmer rossi, chiamava le sue innumerevoli vittime semplicemente “feccia”.
Tutti sappiamo, al di là di quello che si vede nei cinematografi, che è molto difficile, psicologicamente, uccidere un altro essere umano. Quando accade, potrebbe essere utile capire come pochi esseri umani riescono a superare le inibizioni, profonde e naturali che permettono loro di trattare altri esseri umani come animali selvatici, parassiti o predatori pericolosi. Forse la chiave sta proprio in questo, non riconoscere gli umani come umani.
Utilizzando la sindrome da disumanizzazione, forse, si potrebbe arrivare a identificare, sottolineandole, espressioni disumanizzate che vengono utilizzate da persone particolari, prevalentemente politici e uomini di potere. Identificare ciò che viene detto o scritto, da questi signori, e come riescano a valutare direttamente l’orientamento alla guerra e all’odio e all’annientamento del resto di una umanità in gran parte non più utile ai loro fini.
Gli sviluppi negli ultimi decenni hanno portato il capitalismo a pensare a nuovi accordi e piani per perpetrare lo sfruttamento delle persone di cui in parte hanno ancora bisogno. Prima del Corona virus, nel 2008, lo stesso capitalismo statunitense si era trovato a fronteggiare una crisi economica con cui fare i conti al proprio interno con i cosiddetti prestiti subprime. Anche spremendo le proprie meningi e immaginare come l’umanità sarà dopodomani, non fu in grado di farlo.
Gigino A Pellegrini

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