SHORT CUTS – SCORCIATOIE

Beaumont sur Mer
“Essere un mediocre non è una pena. La pena è accorgersene. Ma è un mediocre chi s’avvede d’esserlo?” Ugo Ojetti

Uno dei capolavori di Robert Altman è il film Short Cuts “Scorciatoie” del 1993 (erroneamente e banalmente tradotto in “America oggi”), è certamente un fermoimmagine potente della società moderna occidentale e attuale trasposizione cinematografica dei racconti di un altro importante autore americano, Raymond Carver . I racconti di Carver sono lampi di onestà in esistenze speciali nella loro miseria, vicissitudini piccole – a volte piccolissime – di un’umanità alle prese con i drammi comuni, ma raccontati da punti di vista inediti (pensiamo al racconto Una cosa piccola ma buona, all’investimento del bambino il giorno del suo compleanno e delle insistenti chiamate del pasticcere che della torta non sa che farne), storie di coppie, di famiglie, di amanti, spesso alle prese con problemi economici gravi e con l’alcolismo. Raccolte di racconti, piuttosto che romanzi – “un buon racconto vale quanto una dozzina di cattivi romanzi, scriveva Carver.
Oggi è chiaro che la pandemia di Covid-19 ha dimostrato che le forze produttive accumulate su scala mondiale sono diventate forze di distruzione e affogano l’umanità nella barbarie postmoderna. Per uscirne, dobbiamo riconnetterci, come fanno molti movimenti sociali, con la ricerca radicale di percorsi diversi da quelli dello stato liberale e del capitale, per inventare l’ignoto, al di là del disastroso capitalismo.
Nella prima fase, la classe dominante sta tentando di stabilizzare la situazione facendo appello all’unità nazionale. Il periodo passato ha eroso l’autorità dell’establishment e dei suoi politici. Tuttavia, molte persone sembrano accettare le nuove condizioni perché pensano di essere temporanee e necessarie. La gran parte degli uomini e donne pensano che lo stato agisca nell’interesse della nazione. Ma a poco a poco diventerà chiaro chi è stato “invitato” a pagare. Alle masse verrà chiesto di fare sempre più sacrifici per la classe dirigente. Ma questo avrà un limite. Una volta raggiunto questo, l’apparente docilità di oggi, è auspicabile che si trasformi in rabbia furiosa.
La base per la trasformazione della consapevolezza dovrebbe risiedere nei grandi eventi del futuro. Eventi che sconvolgeranno la coscienza e la costringeranno a rivalutare tutto ciò che sta in piedi. Tutto dato per scontato dalla gente comune cambierà, dalle più piccole abitudini quotidiane alle norme e tradizioni nazionali. Ciò costringerà le masse a uscire dalla loro inerzia e a salire sul palcoscenico del mondo, per dirla alla Shakespeare. Nel frattempo, ogni parte dello status quo si disintegrerà e le masse rimarranno di fronte alla nuda barbarie del capitalismo.
Venti caldi e aridi soffiano da sempre,
Uomini morti a spasso per cimiteri.
Carro funebre,
versi mortuari;
Oh! quale pestilenza- non è dato sapere!
Forse, una Corona di bacilli!
La coincidenza di Coronavirus e il mese della poesia è stata forse appropriata. La poesia, insiste sul cliché, dà istruzione e gioia, ma in questi tempi offre anche un senso della storia. Come hanno osservato alcuni esperti nelle prime settimane del virus. La poesia occidentale inizia con L’Iliade e L’Iliade inizia con la pestilenza. Questa visione è rasserenante. In questi tempi traballanti, vecchie poesie suggeriscono che questo nostro tempo fa davvero parte di un modello e che quindi non passerà.
Ciò che dobbiamo auspicarci che l’umanità non trascini nel suo prossimo futuro la mediocrità che sta dominando il mondo intero. Dovranno essere guerrieri coloro che difenderanno il senso della vita da un’ondata di indifferenza. Saranno quelli che si rimboccheranno le maniche e che, con umiltà, lavoreranno su stessi, a partire dal gestire al meglio la umanità che è in loro. Non sarà sempre facile, ma sarà possibile avviare il cambiamento.
Cosa è la mediocrità? Inettitudine, mancanza di aspirazioni, non riuscire ad avere per se stesso, per la propria comunità, per il proprio paese una visione, una prospettiva a lungo termine. All’origine della mediocrità è l’incapacità di accettare la continua ridiscussione di sé stessi, cui la vita obbliga continuamente, e che il mediocre tenta di ignorare, adottando l’anonimato come stile di vita.
Un tempo si elogiava l’aurea mediocritas e la si riteneva un’applicazione coerente del motto in medio stat virtus. Era la virtù del mezzo, l’equilibrio, il senso dei propri limiti, il rifiuto di ogni tracotanza e di ogni eccesso (est modus in rebus).
Ti guardi attorno, e vedi quasi solo mediocrità. Una mediocrità desolante e diffusa. È una mediocrità tombale, frutto dell’assenza di qualsiasi pensiero. La mediocrità è pericolosa, perché disattiva i dispositivi di allarme e disabilita il cervello. Fa a meno dell’intelligenza, della capacità di scegliere e di desiderare. È così comoda, la mediocrità. È una sorta di anestesia. “Nella vita non bisogna mai rassegnarsi, arrendersi alla mediocrità, bensì uscire da quella zona grigia in cui tutto è abitudine e rassegnazione passiva, bisogna coltivare il coraggio di ribellarsi.”  La parola ribellione pronunciata da Rita Levi Montalcini assume inevitabilmente un significato diverso da ciò che immaginiamo quanto ascoltiamo o leggiamo questa parola.
 Ribellione equivale a non sottomettersi ad un modo di pensare generalizzato, ad uno stile di vita che porta gli esseri umani all’annullamento, all’alienazione dalla propria identità.  “Nessuno dovrebbe imporci di seguire a tutti i costi un flusso di un pensiero orientato al pensiero dominante. Soprattutto, se il modo di pensare collettivo non eccelle per qualità. Quando permettiamo questo finiamo per spingerci verso il basso.”  Søren Kierkegaard 
Il sistema di potere capitalistico a noi molto presente ha sviluppato un nuovo schieramento di mezzi per soddisfare il suo unico obiettivo, che è quello di estrarre plusvalore ovunque sia possibile e proiettarsi nel futuro senza dipendere troppo, come in passato, sulla “mano d’opera umana”.
Ci troviamo nel bel mezzo di una rivoluzione tecnologica che modificherà radicalmente il nostro modo di vivere, lavorare e relazionarsi gli uni agli altri. Nella sua scala, la portata e la complessità, la trasformazione sarà diversa da qualsiasi cosa l’umanità abbia sperimentato prima d’ora. Noi non sappiamo ancora quanto essa si svilupperà, ma una cosa è chiara: la risposta deve essere integrata e completa, e coinvolge tutte le parti interessate del sistema politico mondiale, del settore pubblico e privato nel mondo accademico e della società civile. Il mondo virtuale sta condizionando, in una certa misura, tutte le forme di lavoro; creando disoccupazione e diverse nuove classi di lavoratori, costringendole a combattersi l’uno contro l’altra, senza la consapevolezza che la Rete virtuale li relega tutte in una unica moltitudine.
Gigino A Pellegrini

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