LA SPIA RUSSA

Fino a qualche anno fa venivano organizzati a Perugia convegni in tema di contabilità pubblica, disciplina che aveva bisogno di numerosi approfondimenti in quanto la normativa di settore era continuamente aggiornata da vari interventi legislativi  che avrebbero dovuto coordinare le diverse norme,  il più delle  volte incomplete e contrastanti tra di loro.

Il convegno era veramente importante, al punto tale che era aperto a tutti i massimi esperti del settore, compresi studiosi stranieri, che erano ben felici di partecipare ai lavori, sia come docenti che discenti, i quali potevano aderire con una semplice comunicazione.

All’apertura del convegno ero seduto in terza fila, quando arriva una ragazza, straniera, la quale mi chiede con un eloquio stentatamente italiano, se poteva sedersi vicino a me, l’unica poltrona libera in terza fila.

Mi alzai e le feci posto dicendole che ne ero felice.  Quindi si presentò e mi disse che era russa – anzi siberiana – e che aveva un nome impronunciabile in italiano, per cui preferiva farsi chiamare Irina. Aggiunse se potevo aiutarla durante le varie relazioni per comprendere quelle parole – veramente tante – che non sarebbe riuscita a capire perché – pur avendo studiato italiano per anni e anni – non sarebbe stata in grado di apprezzare le sottili differenziazioni di linguaggio tecnico che avrebbero costellato le varie relazioni. Era stata inviata a quel convegno dai suoi capi, i quali erano completamente sprovvisti di conoscenze in quel campo.

Finora aveva parlato solo lei per cui la squadrai con attenzione e notai che era molto carina, con tipico aspetto slavo, capelli sciolti lunghi e vagamente biondi, occhi chiarissimi, età dai quindici ai trenta,  assenza di qualsiasi trucco.

“Io sono Vittorio, le dissi, “ed  il mio nome è  facile e vero. Sono felice di aiutarti per  qualsiasi cosa ti possa  occorrere, sono a tua disposizione. Chiedi senza alcun indugio”.

Nel corso delle varie relazioni fui subissato da domande. Era puntigliosa e non smetteva di precisare ogni volta che aveva qualche dubbio. Fu una mattinata durissima, fin che ci recammo a fare un lussuoso spuntino negli ambienti del convegno.

Dopo un paio di ore riprendemmo i lavori e continuai ad ascoltare i relatori fornendo ad Irina i necessari chiarimenti sulle varie e complesse problematiche affrontate.

Terminata l’ultima relazione il coordinatore ci comunicò che la cena si sarebbe svolta nel chiostro del Monastero di San Pietro, dove sarebbero stati serviti piatti della cucina umbra offerti dai commercianti locali. Mi affrettai a comunicare l’invito ad Irina ma lei, veramente costernata mi rispose che non poteva perché alle 19 doveva prendere l’ultimo autobus di linea che la riportava al proprio albergo situato a Torgiano, ovvero a settanta chilometri da Perugia.

La vidi molto dispiaciuta per cui non poteii fare a meno di offrirle – con la necessaria delicatezza e circospezione – un letto singolo nella mia stanza d’albergo. “Il vero problema” mi rispose, “non è il letto singolo. Anche doppio sarebbe andato bene. IL vero problema sono le mie cose rimaste in hotel e delle quali non posso disporre”. “Per una notte qualcosa si rimedia sempre!” le dissi. “Domani mattina raggiungi l’hotel, recuperi il tuo bagaglio e vieni al convegno dove potremo continuare con intensità i nostri lavori-“

 E così fece.

 Andammo alla cena in quel posto splendido, accompagnati da favolosi piatti, vini, dolci, cioccolate e così via, allietati da menestrelli e canti popolari che sembrava venissero dall’anno mille, epoca di massimo splendore del monastero.

I camerieri erano in divisa d’epoca e portavano cibi in ciotole di coccio e stoviglie di legno che facevano la gioia di Irina, la quale ad ogni piatto faceva dei gridolini di gioia e si meravigliava in continuazione.

Verso mezzanotte, esausti di cibo e di risate. La condussi al mio albergo. Dopo le formalità di rito dissi ad Irina di salire in stanza per poterla mettere a proprio agio.

Dopo mezz’ora, pensando a quale sorpresa mi aveva preparato, la raggiunsi. Ed ebbi una vera sorpresa: era già nel suo letto coperta fino alla testa e dormiva come un ghiro in letargo.

  Al che feci lo stesso. D’altra parte ero stanco anche io!

Al mattino mi svegliai e vidi che lei era già uscita.

Mi preparai con calma e raggiunsi il convegno. Ma il posto vicino a me era vuoto. Non seppi cosa pensare fin che, con un sorriso radioso più che mai le dissi : “Finalmente! Cosa è successo? Pensavo fossi stata rapita dai tuoi capi!” “Ma no” rispose “ Sono andata al mio albergo e ho recuperato il mio bagaglio. Adesso sono più tranquilla e posso venire da te – se ancora mi vuoi – con tutte le mie cose-“ “Fammici pensare” le risposi. “Ti voglio ancora, ma non per più di qualche secolo!” “Non so se ce la faccio” mi rispose.

Seguimmo il convegno con le modalità del giorno prima fino alla pausa pranzo Dopo la ripresa e conclusione dei lavori, ci spostammo tutti al Monastero dove facemmo un altro banchetto eccezionale con piatti e modalità del tutto diverse da quelle della sera prima ma sempre di qualità inarrivabili, a seguito delle quali Irina impazziva di gioia.

Al termine della cena ci avviammo con il bagaglio al seguito, sazi e mezzo brilli, al mio albergo.

Come la sera prima, diedi ad Irina il tempo di salire in camera prima di me perché doveva sistemare le sue cose.

Dopo un po’ salii e la trovai a letto sotto le coperte come il giorno prima.

Mi preparai e mi avviai al mio posto ma lei mi bloccò. “Vieni vicino a me” disse. “Debbo cantarti una dolcissima ninna  nanna della steppa  siberiana e raccontarti un po’ della mia vita”.

Non mi rifiutai. Caddi tra le sue calde e bianchissime braccia ed ascoltai, con molte interruzioni, le sue dolci nenie e la sua avventurosa vita.

Al mattino mi svegliai e la vidi che stava preparando il suo bagaglio. “Che fai?” le chiesi. “ Non posso restare al convegno. Prendo il treno per Roma perché alle diciannove ho un aereo che mi riporta a Mosca. Questo era il programma”. “Quanto mi dispiace! Come farò senza di te?” “Ce la farai” mi rispose.

Lungo il tragitto mi disse: “ Caro Vittorio, sei una persona gentile, affabile, cortese, intelligente, educato.  in Ma in questo giorno di partenza non so se essere felicissima per averti conosciuto, o infelicissima perché devo sasciarti. In due giorni mi hai fatto vivere cose fantastiche che non avrei vissuto nemmeno in quaranta anni. Ma quelle sensazioni, quei sentimenti e quell’amore che ho provato mi impedisce di rinunciare a te. Lasciami il tuo recapito romano così alla prima occasione torno a Roma e ti chiamo.””D’accordo” le dissi “ Aspetto le tue meravigliose nenie.”

Salì sul treno e si disperse nel buio del tempo.

Passarono molti mesi ma non ricevevo notizie. Fin che mi venne recapitata questa lettera. “Ciao Vittorio come va? Io male. Quando quel giorno dovevo prendere l’aereo, al posto di Polizia sono stata perquisita e hanno trovato tra le mie cose parte degli atti del convegno nei quali si parlava di bilanci, di capitoli di spesa senza numeri, di Ministeri e così via. Mi hanno sequestrato tutto nonostante  dicessi che trattavansi di atti di notoria fede pubblica già noti in rassegna stampa e ampiamente pubblicati dai giornali che ogni giorno rendicontavano i lavori svolti.

Ma non ci fu verso di convincerli. Mi trattennero per quarantotto ore trattandomi come una spia! Inoltre, prima del rilascio, mi schedarono come ‘ persona non gradita’ per cui  attualmente, non posso lasciare il mio Paese e non posso neanche darti il mio recapito per evitare di procurarti qualche guaio. Inoltre i miei Capi, non potendomi utilizzare per il servizio che svolgevo prima, mi hanno cambiata di settore. Ora costruisco le medie statistiche della produzione di grano nelle varie regioni russe. Roba da suicidio! Mi resta ancora qualche speranza che mi possa togliere quell’orrenda qualificazione di ‘persona non gradita’.

Spero di riuscirci presto. Appena risolto ti raggiungo. Baci. Irina.” 

Lo speravo ardentemente anche io. Ma era il 1978, e ancora aspetto.

Vit

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