POLLO CON I PEPERONI

Avevamo la piacevole abitudine di riunirci con gli amici il sabato sera – a turno a casa di ognuno di noi – per passare le serate invernali insieme e godere di ottime cene conviviali.

La particolarità dell’evento era costituita dal fatto che ognuno di noi aveva l’incarico di portare un piatto sempre diverso che il padrone di casa indicava, al fine di evitare spiacevoli ripetizioni di cibi.

Quella volta il coordinatore mi assegnò il compito di portare un piatto tipico della cucina romana che aveva sempre riscosso un grande successo in tutti gli incontri precedenti.

Pollo con i  peperoni, la specialità della sora Lella, la sorella di Aldo Fabrizi.

Passammo tutto il pomeriggio del sabato a preparare l’intingolo  finchè i tre polli, con copiosa quantità di peperoni, olio di oliva, pomodori e spezie varie furono pronti, invadendo la cucina di un aroma talmente accattivante che veniva voglia di mangiarli subito.

Resistemmo alla gola e mettemmo il tutto a riposare in una capiente pentola e quindi la sistemammo in una comoda busta in modo da agevolare con facilità il trasporto.

Quando fummo pronti per uscire prendemmo la busta e con l’occasione,    prendemmo al volo  anche la spazzatura, al fine di evitare una doppia uscita.

Durante il tragitto parlammo del più e del meno, accompagnati da quella fragranza di leccornìa che permeava tutto l’abitacolo dell’auto e che ci faceva venire l’acquolina in bocca.

Eravamo veramente  impazienti di giungere alla meta perché non vedevamo l’ora di mostrare agli amici il nostro capolavoro. Se fosse stata indetta una gara di arte gastronomica – pensavamo – avremmo sicuramente vinto, stracciando quei poveretti dei nostri amici che avrebbero portato spaghetti con gli scampi, sartu di riso, anatra all’arancia, dolci a strafottere e banana split.

Prima di salire all’appartamento  gettai la spazzatura nel secchione, situato in prossimità della casa.

Entrammo e salutammo tutti gli amici i quali non vedevano l’ora di conoscere la nostra chef-doeuvre,  nota solo al padrone di casa.

Quindi ci sedemmo tutti a tavola – e dopo il classico aperitivo con prosecco di gusti vari – il coordinatore cominciò ad aprire i pacchi e a declamare le varie specialità. “ Marco, spaghetti agli scampi!” E giù grandi applausi. “Luigi, anatra all’arancia!” e così via. Era un continuo battere di mani che inorgoglivamo tutti al momento in cui presentavano la loro creazione.

Alfine giunse il nostro turno ed eravamo emozionatissimi! Ma quando il coordinatore  aprì parzialmente il pacco disse: “ Vittorio! Ma… questa è spazzatura!”

Ci prese un colpo come se fossimo stati colpiti da una fucilata!

Come è stato possibile ciò, pensai, mentre tutti gli aspiranti commensali si sganasciavano dalle risate e sghignazzavano sulla nostra disavventura.

Ma non mi persi d’animo e dissi: “Scusatemi ma devo aver scambiato le buste  che sono dello stesso colore. Invece di portare su i polli con i peperoni ho portato la spazzatura. Ma rimedio subito. Scendo e in un attimo recupero la pentola”.

“Dove la recuperi, in macchina?” mi chiese qualcuno. “Certo che no. Nel secchione.”

Un coro di noooo! si abbattè nella sala. “Va bene così” disse il coordinatore, “ non ti preoccupare. Abbiamo cibo abbastanza per passare una lieta serata con ciò che abbiamo qui.” “Non lo metto in dubbio, risposi.  Ma basta un attimo. Scendo e recupero il tutto.“

Non ci fu verso per farmi cambiare  idea, per cui mangiammo quello che avevamo, ma non capii mai la tenace avversione che mi impedì  di scendere. Erano forse invidiosi del nostro capolavoro che avrebbe messo in ridicolo le loro cibarie? Mahhh!.

A fine cena, dopo i soliti convenevoli e le ripetute mie richieste volte a procedere al recupero, mi confermarono che avevamo mangiato abbastanza.

 Mentre scendevamo per le scale, chissà perché, mi tornò in mente la favola di Cenerentola che per la fretta di scappare dal Castello – come stavamo facendo noi – perse una scarpina di vetro ma non si fermò a raccoglierla, per cui il principe le gridò: “Cenerentola! La scarpetta!” E lei, di rimando “No grazie. Ho mangiato abbastanza!”.

Vit

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