NON VORREI PIU’ SOGNARE

C’è un treno che corre ai piedi delle colline calabresi piene di uliveti. È un treno che trasporta per lo più aspiranti lavoratori e studenti universitari pendolari che dal Sud salgono verso il Nord. È uno dei treni della vergogna, piccolo snodo di un sistema di trasporti che non è di certo un fiore all’occhiello dell’intero Paese, ma che in questo lembo di Italia racconta in particolare una storia di arretratezza, sottosviluppo e mancanza di modernità.
Alla soglia dell’anno nuovo, tutti sono chiamati a celebrare un mondo molto acciaccato e che ospita un’umanità a dir poco nelle stesse condizioni. Alcuni ancora cercano di capire come si è arrivati a tanto. Forse, lor signori, erano impegnati nell’accumulare ricchezza, senza preoccuparsi del decadimento senile del pianeta e dei suoi abitanti.
Questo processo degenerativo e irreversibile comporta una compromissione delle funzioni cognitive e della possibilità di avere una vita in autonomia. Nella persona, a risentirne di più sono la capacità di apprendere nuove informazioni e di tenere a mente nel tempo gli episodi recenti. Rimangono invece stabili il linguaggio, l’abilità di ragionamento e le abilità visuo-spaziali.
“ …la mente, come un musico, produce in noi il linguaggio e noi diventiamo capaci di parlare. Non avremmo certo mai goduto di questo privilegio, se le nostre labbra avessero dovuto assolvere, per i bisogni del corpo, il compito pesante e faticoso del nutrimento. Ma le mani si sono assunte questo compito e hanno lasciata libera la bocca perché provvedesse alla parola.” André Leroi-Gourhan.
Se si potessero misurare le attitudini delle classi dirigenti meridionali, ma anche degli innumerevoli studiosi, artisti, cantanti, giornalisti e scrittori che ne amplificano le lamentele, penso che troveremmo entrambi su valori estremi di “attribuzione esterna”. Un Mezzogiorno che sta senza ombra di dubbio peggio della Grecia. A questo aspetto oggettivo si innesca il consueto repertorio di interventi più o meno sdegnati che da decenni accompagnano le analisi del Sud, con la altrettanto consueta richiesta di una “svolta” da parte del governo nazionale, colpevole di aver abbandonato il Sud ad un destino di marginalità e miseria fin dal lontano 1861.
L’idea è sempre quella: descrivere in termini drammatici la situazione economica e sociale del Sud, per concludere che il Sud stesso è vittima della prepotenza e dell’indifferenza altrui, e che occorre un piano per salvare il Sud da un declino apparentemente irreversibile. I meridionali, come sempre, invece di ribellarsi hanno sempre “preferito il nomadismo con la valigia”, nell’indifferenza generale. Molti studiosi hanno considerato questo cosiddetto “nomadismo” a uno dei modi di vita più arcaici conseguente la scarsità dei mezzi di produzione e il sistema economico dipendente dalla natura.
Chi ci annuncerà la poetica per questo nuovo millennio, una pratica immaginativa che aiuterà a vivere? Ecco un contendente: gli agili salti di Michael (così immagino i suoi versi) attraverso le lacune e le sinapsi del linguaggio propongono il potere riparatore del gioco serio. Ho sognato i suoi frammenti di frammenti aprirsi in un campo fenomenale di molteplici possibilità, attraversato da momenti a sorpresa di gioia, preoccupazione e delizia. Non posso più accettare ciò che Jim Morrison diceva alla fine degli anni sessanta: “Sogna perché nel sonno puoi trovare quello che il giorno non ti può dare”.
Gigino Adriano Pellegrini

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