Punture di spillo-
Stefano Bonaccini non ha torto quando sostiene che il livello culturale di un Paese gioca un ruolo nell’emergere di un classe politica. Ovviamente insieme all’ideologia. 1+1 fa sempre 2 Prendiamo il “caso Italia” dove improvvisamente esplode il fenomeno Meloni, che comunque ha “beneficiato” di una Sinistra che alle elezioni del 2022 ha avuto la brillante idea di presentarsi divisa “regalando” Palazzo Chigi a “Io so’ Giorgia”.
L’exploit di Fratelli d’Italia – che fino a qualche anno prima vivacchiava con il 4 per cento a Colle Oppio – è dovuto senz’altro alla determinazione della Premier ma anche al voto di tanti italiani che dopo l’inefficienza dei governi precedenti, di destra, di sinistra e tecnici, hanno voluto provare la “novità” di una donna.
Ha funzionato? Direi di no perché la classe dirigente della Destra ha fatto peggio dei precedenti esecutivi. A di là del racconto buonista della Ducetta e dei suoi “camerieri”, come si spiega allora che il suo Partito, pur flettendo, resta ancora in testa nei sondaggi? A mio avviso, solo per due motivi: L’ideologia dei nipotini del fascismo ma soprattutto per il voto di una massa elettorale ancora… ignorante che ha messo sotto il tappeto l’incapacità di una classe dirigente che in quattro anni non ha saputo avviare a soluzione neppure uno dei tanti problemi. E perché? E qui veniamo alla “ignoranza” di una parte dell’elettorato di destra denunciato da Bonaccini. Il problema non è quello dei titoli accademici ma di non aver studiato e quindi di non essere “attrezzati” culturalmente per capire perché anche questo Governo abbia fallito.Nel programma elettorale delle elezioni 2006, nei primi tre punti, Romano Prodi pretese che ci fosse scritta per tre volte la parola “scuola” perché, disse allora, l’istruzione “è la massima antitesi al potere”.Non a caso le dittature hanno sempre puntato su di un livello d’istruzione “non eccelso”. E lo vediamo anche oggi con l’Iran ma anche con Trump che, appena insediatosi per la seconda volta alla presidenza degli Stati Uniti, ha tagliato i fondi alle Università. Nel dopoguerra in Italia l’analfabetismo era dilagante, venivamo da una cultura contadina dove la scuola per molti era ancora un miraggio ma premevano le elezioni e la gente, non avendo studiato, spesso delegava il suo voto soprattutto al PCI per i comunisti e alla DC per i cattolici.
Poi, con una maggiore istruzione, le cose sono cambiate e gli italiani hanno imparato ad informarsi e i due grandi partiti sono andati “in crisi”. Fa eccezione il partito della Premier che ha sempre potuto contare sul “suo” 3-4 per cento cui si è aggiunto nel 2022 il voto in massa di un elettorato purtroppo culturalmente meno preparato. La laurea o i titoli di studio non c’entrano. C’entra invece la capacità “di capire le cose”, ovviamente più facile per chi ha studiato.
E torniamo all’importanza dell’istruzione. “La scuola – diceva Calamandrei – è l’organo centrale della democrazia perché forma le future classi dirigenti”. Chi dà ragione a Bonaccini? Una giovane attivista pakistana di appena 17 anni, Malala Yousafzai, vincitrice nel 2014 del Nobel per la pace, con questa motivazione: Per il suo coraggioso impegno a favore del diritto delle ragazze all’istruzione. “Dobbiamo imbracciare i libri e le penne perché sono le armi più potenti”. E l’anno prima, in un discorso alle Nazioni Unite: “Un bambino, un’insegnante, un libro, una penna, possono cambiare il mondo”
PdeA