Sono passati tredici anni da quel lontano 11 marzo 2013 quando un folto “manipolo” di parlamentari dell’allora Popolo delle Libertà manifestò a Milano, sulle scale del Palazzo di Giustizia, contro i giudici impegnati nel processo Ruby ter, la marocchina che Silvio Berlusconi fece passare, con il voto di un Parlamento a maggioranza azzurra, per la nipote dell’ex presidente dell’Egitto Hosni Mubarak.
Azzerati gli anni “gloriosi” del pool di Mani Pulite, fu allora che iniziò una lunga marcia “politica” della Destra contro i giudici che si concluderà il 22 e 23 marzo con il referendum sulla riforma “truffa” della giustizia.
Perché truffa. Perché il “duo” Meloni-Nordio ha raccolto il testimone di Berlusconi per assestare un colpo all’autonomia dei giudici e portarli – senza dirlo oggi ma in prospettiva – sotto il potere del governo.
E’ lo stesso ministro della Giustizia a dirlo quando ammette che da questa riforma non deriverà alcun beneficio per i cittadini ma che, una volta al governo, se ne potrà avvantaggiare anche “l’Opposizione”
E cosa pensare di Antonio Tajani che prefigura in un secondo momento di “sganciare” la polizia giudiziaria dai PM? E’ vero che la Giustizia è messa male e che attende da anni una riforma che risponda alle vere esigenze dei cittadini – ai quali non importa nulla della separazione delle carriere – che chiedono invece processi più brevi, codici più agili, pene certe ed eventualmente alternative, assunzione di personale che sfoltisca l’enorme arretrato accumulato negli anni, nuove carceri e meno affollate. La riforma della Premier Meloni e del Guardasigilli Nordio risponde a tutto questo? No. Vuole solo permettere al “potere esecutivo” di decidere scrollandosi di dosso il “fastidio” dei controlli: per esempio sperperare soldi pubblici costruendo carceri in Albania e non in Italia, o lasciare che gli immigrati muoiano in mare senza la “rogna” di doverli rimpatriare oppure, per fare un altro esempio, costruire un ponte tra due regioni, la Calabria e la Sicilia che prioritariamente necessitano di ben altro. E la drammatica vicenda di Niscemi sta lì a dimostrarlo.Ci sono poi le “ambizioni”. Di Giorgia Meloni intenta “riscrivere la storia” smontando a pezzi la Costituzione, di Matteo Salvini che avendo perso la “vetrina” del Ministero degli Interni vuole intestarsi la costruzione faraonica di un Ponte tra le due regioni fregandosene di tutto il resto, di Antonio Tajani che per non farsi sostituire dagli eredi di Berlusconi cerca di offrire loro lo “scalpo” dei giudici colpevoli di aver inquisito il Padre che, detto tra noi, proprio uno stinco di santo non lo è mai stato.
Di questo il 22 e 23 marzo gli italiani saranno chiamati a rispondere: accettare una riforma che a loro non serve o bocciarla, dicendo a Giorgia Meloni e a Carlo Nordio che non è di questo che hanno bisogno.Infine una singolarità: Antonio Di Pietro, uno dei magistrati “di punta” del Pool contro cui l’11 marzo 2013 manifestarono i “Berluscones”, ha lasciato la toga ed è passato sull’altra sponda: favorevole ad un progetto riformatore che vuole solo “vendicarsi” dei giudici i quali – con lui – avevano sostenuto che Ruby non era la nipote di Mubarak.
PdA