Beaumont sur Mer
Nell’immediato dopoguerra si verificò una ventata di libertà che percorse il mondo e fece sperare a molti meridionalisti che la politica, dettata dal Nord, sarebbe cambiata. Ma nel 1948, lo dopo le elezioni, La Democrazia Cristiana, salì al potere e incominciò a emanare leggi che resero i meridionali, in particolare i calabresi ancora più poveri, infelici e più tormentati della storia d’Italia.Nello stesso anno usciva un Testo in inglese che “Il futuro dimenticherà i nostri libri buoni, ci perdonerà quelli cattivi, ricordando solo i capolavori. Il 1948, grazie a “Piangi, terra amata”, ha battuto tutti gli altri.”(W.G. Rogers, “Publisher Weekly”).“Cry the beloved County” di Alan Paton fu uno di quei libri che non appartengono a una letteratura, ma sarei portato a dire zampillato dal cuore del popolo Sudafricano, germogliato dal suo sangue e dalla sua terra. Nel 1968 una delle tracce dello scritto dell’esame di inglese per il conseguimento del diploma liceale in Canada, fu proprio sul capolavoro di Paton.La lettura del capolavoro sociale di Paton nel 1968 rimarrà nella mia memoria fino all’ultimo mio respiro per tutte le prepotenze, angherie e sfruttamento dell’uomo su l’uomo che associavano i sudafricani alla mia gente di Calabria.Dopo il 1861, i calabresi subirono diverse forme di prepotenza, tra cui le pesanti tasse e l’oppressione fiscale imposte dal nuovo Stato savoiardo “unitario”, l’insofferenza verso l’intervento e la gestione arbitraria delle autorità, e le conseguenze del “brigantaggio”, sia per coloro che vi furono coinvolti (spesso contadini delusi dalla mancata redistribuzione della terra) sia per le popolazioni colpite da estorsioni e rapine.Le autorità del nuovo governo furono spesso percepite come arbitrarie e inefficaci nel migliorare le condizioni economiche, alimentando sfiducia e opposizione.In sintesi, le prepotenze subite dai calabresi dopo il 1861 furono il risultato di un difficile processo di forzata integrazione nazionale, caratterizzato da problemi socio-economici irrisolti e da una gestione politica che non sempre rispettò le esigenze delle popolazioni locali.Ancora oggi si convive con la criminalità organizzata al posto del brigantaggio, con un’emigrazione “più istruita”, con una situazione sociale ed economica regionale che ha, ormai, relegato la Calabria alla periferia del sottosviluppo. Sono passati oltre centocinquanta anni dalla cosiddetta Unità d’Italia e la Calabria rimane immobile, come lo era nel 1967 quando andai a studiare in Canada.Prima del 1861, la Calabria era una provincia o un territorio all’interno del Regno delle Due Sicilie, separato amministrativamente e politicamente dalle altre regioni italiane. Non esisteva la “Regione Calabria” come la conosciamo oggi, ma un insieme di province e territori amministrati secondo le leggi e le strutture del Regno di Napoli.La Calabria – nonostante l’importanza delle sue risorse territoriali, ambientali, culturali ed energetiche – è oggi una delle regioni più povere dell’Italia e dello stesso Meridione: lo scotto pagato da questa regione all’unificazione con il Regno piemontese, seguita alla conquista militare del 1860, è stato grande e non c’è dubbio sul fatto che le premesse dell’attuale sottosviluppo, del mancato decollo economico e dell’emarginazione di oggi furono poste proprio da quanti non esitarono a fare carte false pur di ottenere l’elimazione dello Stato autonomo di cui le province calabresi avevano fatto parte per 730 anni.In particolare, nel settore siderurgico operavano due grandi stabilimenti, la ferriera di Ferdinandea e le officine di Mongiana, ubicate sull’altopiano delle Serre per utilizzare la limonite del monte Stella ed il carbone da legno tratto dai boschi di faggio e di abete della Sila. Gli stabilimenti, che producevano un quarto del fabbisogno del Regno delle Due Sicilie ed occupavano oltre mille operai.L’attività siderurgica e quella dell’estrazione del sale (quest’ultima occupava a Lungro oltre mille operai) erano organizzate su basi moderne e segnavano la presenza di un proletariato industriale che si differenziava nettamente dal resto della popolazione, che era agricola ed artigianale, sia per l’occupazione stabile che per i comportamenti sociali.Le altre attività di rilievo erano quelle dell’estrazione della liquirizia e del tannino da castagno. Ma, il settore maggiormente diffuso era quello tessile legato alla trasformazione dei prodotti locali come la lana, nella Calabria citeriore, e la seta, nelle Serre e nel Poro. In alcuni casi la produzione era organizzata su basi moderne e, talvolta, si registrava la presenza di imprenditori stranieri.Quando il Regno delle Due Sicilie venne soppresso, in Calabria si contavano 11.000 telai e la sola industria serica occupava oltre 3.000 persone, sopratutto femminile. Non bisogna dimenticare i vasari, il settore delle pelli, del cuoio, del sapone, del mobilio, delle sedie, dei cappelli, dei fiori artificiali, degli oggetti in ferro o in rame la produzione era organizzata artigianalmente e trovava collocazione sui mercati sia locali che nazionali ed esteri.Nella politica economica successiva dei Savoiardi, dopo il 1860, non vi fu nessuna strategia capace di rendere più moderni i modi di produzione e di allargare il mercato dei settori artigianali o domestici. Gli stabilimenti di Mongiana e di Ferdinandea, per esempio, vennero costretti a chiudere i battenti. Dopo la fine del Regno autonomo, la Calabria disponeva – nonostante le immense risorse naturali – soltanto di 1.000 kw di potenza installata, cioè la metà di quella presente nella Basilicata, territorialmente più piccola ed assai più povera di risorse.La verità sullo smantellamento dell’antico apparato industriale della Calabria è stata occultata in tutti i modi, ma – nonostante tutto – emerge e si impone come un dato oggettivo ed inoppugnabile.In un commento dei dati del censimento industriale del 1961 si legge testualmente: “La situazione industriale della Calabria al 1961, anno del centenario dell’ unificazione, appariva notevolmente deteriorata rispetto al secolo precedente, allorché la Calabria rivestiva un ruolo di primo piano in vari settori dell’industria del Regno borbonico”La fine dell’apartheid in Sudafrica si è concretizzata tra il 1990 e il 1994, segnando il passaggio da un sistema di segregazione razziale a una democrazia multirazziale. Eventi chiave includono la liberazione di Nelson Mandela nel 1990, l’abolizione delle leggi segregazioniste nel 1991, e le prime elezioni democratiche a suffragio universale nel 1994, che portarono Mandela alla presidenza del paese.Al contrario, i calabresi oggi vivono in una regione demograficamente in calo, ma con piccoli accenni di vitalità, specialmente tra i giovani, grazie anche a una migliore partecipazione all’istruzione e alla formazione. Nonostante il persistente esodo, la regione presenta anche una componente di popolazione straniera residente.
Gigino Adriano Pellegrini