LA CURIOSITA’

Beaumont sur Mer

Il mio primo e unico soprannome mi venne dato da Mamma: “Fera di canale” per spiegare la mia ossessiva curiosità.La celebre frase “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza” è tratta dal Canto XXVI dell’Inferno (vv. 118-120) della Divina Commedia.

Dante continua in maniera magistrale: “Considerate la vostra semenza:/ fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguire virtute e canoscenza”. Il verso è pronunciato da Ulisse nell’ottava bolgia del cerchio dei consiglieri fraudolenti.

Ulisse racconta a Dante e Virgilio del suo ultimo viaggio oltre le Colonne d’Ercole (lo stretto di Gibilterra), spronando i suoi vecchi e stanchi compagni a non rinunciare all’esplorazione del mondo disabitato.

La parola “semènza” indica l’origine o la natura umana. Ulisse ricorda all’equipaggio che gli esseri umani non sono nati per seguire solo gli istinti animali, ma per usare la ragione, la virtù e la sete di conoscenza. Pur celebrando il coraggio e la grandezza intellettuale di Ulisse, Dante lo pone all’inferno perché quel “folle volo” — guidato dalla sola forza umana e spinto oltre i limiti stabiliti da Dio.

La Commedia è la narrazione del viaggio di Dante e, in modo allegorico, del cammino dell’umanità verso il Bene e la Perfezione. All’interno del grande affresco spicca, in modo straordinario, il viaggio di Ulisse, l’eroe del “folle volo”.Noi curiosi eredi di Ulisse siamo spinti da quell’instancabile desiderio di viaggiare, scoprire e superare i confini del già noto, fedeli al celebre Ulisse. Questa eredità spirituale celebra la curiosità intellettuale come la forza più autenticamente umana, capace di guidarci verso l’ignoto alla ricerca di nuove risposte.Non accontentarsi delle verità superficiali, ma indagare il funzionamento del mondo, della scienza e dell’arte. Superare le “Colonne d’Ercole” dei nostri limiti mentali e culturali per aprirsi al diverso e al nuovo. Capire che la meta finale conta meno del percorso di crescita e delle scoperte fatte lungo la via.L’attrazione eccessiva verso disgrazie, incidenti, pettegolezzi o sofferenze altrui (spesso visibile nei contesti di emergenza o sui social media) può mancare di empatia e alimentare sensazionalismo.

La spinta a esplorare l’ignoto, tipica dell’infanzia ma presente anche negli adulti, può portare a mettersi in situazioni di pericolo concreto, incidenti o sfide avventurose senza la giusta valutazione del rischio. Una curiosità mal gestita nelle relazioni personali o digitali può trasformarsi in controllo, violazione della riservatezza o intrusione nella vita altrui. Rincorrere ogni stimolo nuovo o “curiosità diversiva” (secondo la classificazione di Berlyne) può impedire l’approfondimento reale, portando a superficialità e frammentazione dell’attenzione. Come evidenziato in alcune analisi psicologiche, la mancanza di una vera curiosità trasformativa porta alla passività, ma l’ossessione per informazioni sterili può ugualmente anestetizzare l’azione concreta.

Nel 1960, lo psicologo Daniel Berlyne propose una teoria della curiosità che ancora oggi trova riscontro nelle discussioni sull’apprendimento e la motivazione. Anziché definire la curiosità come un tratto fisso della personalità o una predisposizione accademica, Berlyne suggerì che essa emergesse in risposta a specifiche perturbazioni del nostro equilibrio mentale. Introdusse variabili collative, stimoli come la novità, l’ambiguità, la complessità e la sorpresa, quali fattori chiave che fanno sì che determinate informazioni sembrino degne di essere approfondite.

La sua intuizione fondamentale era questa: la curiosità non prospera in assenza di conoscenza, ma in presenza di un livello di incertezza sufficiente a stimolare l’impegno cognitivo. La zona tra confusione e comprensione, sosteneva, è il luogo in cui l’apprendimento fiorisce.In teoria, questo sembra uno spazio fertile per la progettazione. In pratica, difficile da raggiungere e ancor più difficile da mantenere. Le idee di Berlyne rimangono influenti, ma se applicate agli ecosistemi di apprendimento odierni, rivelano anche i loro limiti. Ancora più importante, sollevano interrogativi urgenti su come le organizzazioni inquadrano la curiosità in un’epoca di scarsità di tempo, saturazione digitale e pressione sulle prestazioni.Il proverbio “la curiosità uccise il gatto” (curiosity killed the cat) significa che essere troppo curiosi o fare troppe domande può portare a guai o conseguenze spiacevoli.

Mia Madre Aida, pur non essendo inglese, diceva la stessa cosa.

Gigino Adriano Pellegrini

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