DAL TERRAZZO

Beaumont sur-

Il grande Mare che ogni mattina mi saluta, è uno, eppure è tante cose. È un’unità organica, eppure è un insieme, una molteplicità di onde, suoni, colori, sensazioni ed esperienze.

Questa bocca non ha mai venduto menzogne,né si è camuffata.mentre stavo ai piedi degli Dei:queste mani hanno varato la ZUBY II nelle acque d’Ulisse..Normalmente nel guardare l’Ulisse, lo sguardo diventa come un ramo, un cavo teso al quale sia l’occhio che l’oggetto osservato reciprocamente si appoggiano mentre il tempo che scorre via fa da sostegno ad un intreccio di questa fattezza. Questa disposizione d’animo racchiude in sé qualcosa di dolorosamente dolce.C’è qualcosa, in questo retrogrado e poco motivante mondo, che proprio non va.

Qualcosa che gira male, qualcosa che impedisce lo sviluppo e la crescita positiva dei più giovani. Qualcosa che genera una preoccupante demotivazione. Qualcosa che favorisce un frustrante sistema anti-uomo. Qualcosa che sta minando il nostro Sacro Mare che instancabilmente bagna la terra natia di noi calabresi.

Questo Mezzogiorno non può permettersi più uomini mediocri. Un mio carissimo amico di Reggio Calabria, qualche tempo fa era venuto a trovarmi e un tardo pomeriggio sul terrazzo di casa mia, mentre ammiravamo il tramonto, cominciò a parlarmi della metamorfosi di significati delle parole, a partire da: “Colludere”, un termine latino che vuol dire “giocare insieme”.

Ero tornato in Calabria pensando di scrivere alcuni articoli sulle bellezze di questa Terra, ma gli eventi mi hanno dissuaso quasi immediatamente, perché l’unica cosa sensata da fare era sì scrivere, ma su cosa avveniva e avviene nel paese che mi ha visto nascere. Venendo da Roma in macchina, mi ero fermato a bere un caffè presso il bar dell’amico Dario sulla SS18. Appena uscito, dopo aver salutato l’amico, sulla strada la prima sorpresa. Un anziano hippie che urlava: “Ahi serva Terra Bruttia , di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincia, ma bordello”.

Dopo il primo momento di sgomento e panico, attraversai di corsa la statale per scomparire in un piccolo tunnel che mi portò dritto davanti al Mare dei mari. Mi rivolsi all’Ulisse per chiedergli aiuto cantandogli: Amor ti vieta di non amar. La man tua lieve, che mi respinge,Cerca la stretta del mio man:La tua pupilla esprime: “T’amo!” Se il labbro dice: “Non t’amerò!” Arturo ColauttiNon importa quanto abbia cercato di evitare l’incertezza della vita. Ad un certo punto questa sensazione di jim-jam mi ha travolto proprio come è stato per qualsiasi altro rappresentante della mia generazione.

“Niente panico” – continuavo a ripetermi mentre prendevo decisioni importanti riguardo al mio futuro, navigando incautamente su di una nave greca, la moderna Argos, prima di scoprire che avrei voluto essere il suo capitano capace di scegliere la direzione e la rotta sul Mare della vita.Così ho indirizzato la prua verso il bosco più vicino, dove entrando ho trovato un infinito numero, di ulivi selvatici, ma che sarebbero cresciuti così intrecciati e lavorati insieme, da non permettere, con il vento umido, di giocare tra i loro rami e tantomeno al sole cocente di perforare i loro rifugi, né acquazzone attraversare le proprie frasche, diventate così spesse e piegate l’una nell’altra. Qui, mi addentrai, feci il mio letto di foglie che cominciavano a cadere. Ve ne erano una tale abbondanza che due o tre uomini avrebbero potuto stenderle su una ampia area, tali da proteggerle dalla furia dell’inverno, sebbene l’aria respirasse acciaio e soffiava come se stesse per eruttare.

Strisciando dentro, accumulai una scorta di foglie tutt’intorno a me, come un uomo farebbe un alloggio su un fuoco d’inverno, e mi sdraiai in mezzo. Ricco seme di virtù che giace nascosto nelle povere foglie! Qui Minerva mi diede presto un sonno profondo; e qui tutte le lunghe fatiche trascorse sembravano concluse e rinchiuse nella piccola sfera delle mie palpebre disinfiammate e chiuse.Mentre questi pensieri mi distraevano con la varietà del pericolo, un’onda più grande spinse contro una roccia aguzza il mio corpo nudo, che si squarciò, desiderando che mi spezzasse tutte le ossa, così rude fu lo shock. Ma in questa estremità mi ha spinto chi non mi ha mai deluso. Minerva (che è la saggezza stessa) mi ha messo nel pensiero di non continuare a nuotare come uno che indugia nel pericolo, ma di forzare fisicamente la riva e di abbracciare la roccia che mi aveva lacerato così brutalmente.

Con entrambe le mani strinsi, lottando con l’estremità, finché la collera di quel maro sito che mi aveva spinto su di essa, finì.Poi di nuovo la roccia respinse quell’onda così furiosa, che mi strappò dalla mia presa, inghiottendomi nel suo ritorno, e la roccia aguzza, a cui mi aggrappai per soccorso, strappò la carne dolorante dalle mie mani nel separarsi, che cadevo e non potevo più sostenermi. Finii sott’acqua e, oltre l’aiuto del fato, lo, sfortunato figlio Ulisse, avrei perso ogni parte che avevo in questa vita, se Minerva non avesse spinto il mio buonsenso in quel pericolo a tentare un’altra strada e ad esplorare qualche altro rifugio, cessando di cercare quell’approdo.Voglio affrettarmi al domaniVagheggiare sogni diversi ogni giorno sotto tanti desideri.Quel bambino ha sofferto così tanto tempo per diventare me!Ci allontaniamo man mano che i giorni si accumulano.Non credo che io possa riconciliarmi.Non credo che migliorerò.

Quando ero ragazzo, il mare di Ulisse non si prosciugava mai nel mio cuore.Ora sono rimaste solo deboli tracce del tempo che fu.Sulla sua battigia Il suono del mio respiro è pieno di turbamento.La brezza continua a soffiare sui miei lunghi capelli.Avrei voluto diventare un’onda e filare ovunque.Quando aprivo lentamente gli occhi finivo sotto una piccola paura.Ogni istante del mondo arrivava da me diventando un regalo abbagliante.Avevo molti dubbi ma sentivo di poter finalmente rispondere a me stesso.I ricordi oltre l’orizzonte del grande Mare mi chiamavano.La voce, dimenticata da molto tempo, torna contro l’onda nel luogo dove è nato il Mare di Ulisse dentro di me.

Gigino Adriano Pellegrini

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