Quando essere minoranza può tornare a essere forzaTredicenni armati, insegnanti aggrediti, bande che si contendono il territorio. La prima emergenza italiana non è elettorale: è educativa.
Editoriale di Amedeo Massimo Minisini
Le immagini di Parigi ci pongono una domanda che non possiamo lasciare cadere: che cosa accade dopo che la folla torna a casa? La partecipazione alla visita di Leone XIV mostra un desiderio di fede e di incontro. Ma quel desiderio ha bisogno di luoghi, persone e gesti quotidiani per diventare una forza capace di durare.I cattolici sono una minoranza? Forse. Ma una minoranza può essere una forza straordinaria quando smette di contare quanti sono gli altri e comincia a chiedersi che cosa può fare per loro.
La nostra resilienza non consiste nel rimpiangere un passato in cui le chiese erano più piene. Consiste nel trovare il coraggio di riaprire una porta oggi.Penso soprattutto ai giovani. A quelli che studiano, lavorano, prendono un autobus all’alba, cercano un impiego e costruiscono con fatica il proprio futuro. A quelli che desiderano appartenere a qualcosa senza dover dimostrare la propria forza con la prepotenza. E penso anche ai ragazzi che abbiamo già perduto di vista, prima di liquidarli con un’etichetta. Nessun giovane dovrebbe dover scegliere tra la solitudine e il branco.Qui la Chiesa ha una responsabilità enorme. Non basta invitare i ragazzi a partecipare. Bisogna offrire loro un posto in cui tornare, qualcuno che li conosca per nome, adulti capaci di ascoltare e di restare. Riapriamo gli oratori.
Apriamo sale parrocchiali, cortili e campi sportivi. Mettiamo le strutture disponibili nelle mani di educatori, famiglie, associazioni e volontari affidabili. Dove manca un sacerdote che possa fare tutto, costruiamo una comunità che si assuma insieme questo impegno.Recuperiamo ciò che funzionava: il gioco, lo sport, la musica, lo studio condiviso, il tempo trascorso con adulti presenti. Facciamolo rispondendo alla vita dei ragazzi di oggi. Un oratorio aperto soltanto quando i giovani sono a scuola serve a poco. Una porta che si apre dopo le lezioni, nel fine settimana, nelle ore in cui una famiglia cerca aiuto, può cambiare molto.
Non chiediamo alla Chiesa di sostituirsi ai genitori o alla scuola. Chiediamole di esserci, con la forza della sua storia e delle sue comunità. E chiediamo ai genitori, alle istituzioni e a chi ha risorse di assumersi la propria parte. Educare un ragazzo è un compito troppo grande per essere lasciato a una persona sola.La fede cristiana si vede anche qui: in una stanza illuminata la sera, in un allenatore che si accorge di un’assenza, in una famiglia che trova ascolto, in un giovane a cui viene affidata una responsabilità vera. Prima di parlare ai ragazzi del futuro, dobbiamo mostrare loro che hanno un posto nel presente.Parigi può averci ricordato il desiderio di ritrovarci. Ora tocca a noi dargli continuità, quartiere per quartiere. La resilienza dei cattolici comincia quando una comunità guarda i propri locali chiusi, trova le persone disposte ad aprirli e dice ai giovani: «Vi aspettavamo».
Amedeo Massimo Minisini
Fonte L’ Idea Popolare