Beaumont sur Mer —
In un campo
Io sono l’assenza del campo.Questo è.
È sempre così.Ovunque io sia.
Io sono ciò che manca.
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L’analisi delle relazioni tra segreto e omertà rappresenta uno dei possibili vertici dai quali osservare la realtà delle persone, una dimensione quasi essenziale della loro presenza. Che il detto e il non detto possano avere psicologicamente questa forza e valenza all’interno di una collettività è comprensibile soltanto se pensiamo al particolare tipo di contesto e contenitore in cui queste esperienze acquisiscono senso, la realtà cittadina dell’oikos. L’oikos è uno spazio al contempo fisico e simbolico, contenitore primario di relazioni strutturate da tradizioni e leggi.
La storia del singolo viene declinandosi all’interno di relazioni orizzontali con i membri della collettività e verticalmente, tra passato e futuro, tra antenati e discendenti. . “La verità si dice solo al confessore”; chi è sordo, orbo e tace, vive cento anni in pace”; “la bocca è traditrice del cuore”. Questi proverbi e detti popolari ci mettono di fronte ad un universo di discorso in cui la parola e l’atto del parlare, del dire la verità, assumono una valenza specifica a livello culturale.
Possiamo dire che la cultura antropologica calabrese è una cultura del silenzio, della non parola: si ritiene che la parola omertà derivi come ètimo da omo (uomo), come essere uomo, o da umirtà (umiltà), come essere “obbedienti e rispettosi rispetto a certe massime volute dai potenti”.Omertà come codice d’onore del vero uomo che non parla di fronte all’estraneo, all’autorità pubblica. “I panni sporchi si lavano in famiglia” Sembra essere la filosofia di due illustri cittadini.
L’incontro con la verità rompe i vecchi schemi, costringe la società a ridisegnare i suoi valori e ridefinisce il sapere collettivo. La ricerca o la rivelazione della verità agiscono come forze di rottura e di evoluzione, modificando profondamente le credenze, le leggi e le istituzioni di ogni comunità umana. La questione della verità è legata strettamente alla conoscenza e al rapporto che viene istituito fra soggetto conoscente ed oggetto della conoscenza.I primi filosofi ad occuparsi dei processi della conoscenza, cioè della gnoseologia, furono i greci Eraclito e Parmenide che contrapponevano alla conoscenza sensibile e al suo prodotto, l’opinione (doxa), la conoscenza propria della ragione, il logos, ritenuto lo strumento unico e insostituibile per vedere la realtà in sé.Empedocle, Anassagora e i Sofisti attribuivano invece, alla conoscenza un fondamento non più razionale ma empirico. Questi ultimi, in particolare con Protagora sostenevano che la conoscenza è sensazione e muta da uomo a uomo e da momento a momento inaugurando il relativismo gnoseologico.
La verità è relativa ad ogni uomo poiché l’uomo è il criterio di misura della verità. Con Socrate, che rifiuta la posizione dei Sofisti, il fondamento della conoscenza è dentro l’uomo: conosci te stesso è il motto e il principio ispiratore della ricerca socratica.Il centro dell’uomo è l’anima e a quella razionale compete la ricerca di ciò che è universale. Il dialogo è il luogo in cui attuare questa ricerca: l’ironia socratica dissolve le apparenti certezze dell’interlocutore, lo costringe ad ammettere di non sapere e partendo da tale consapevolezza lo porta a guardare dentro se stesso e cercare insieme agli altri la verità.
Si tratta di un impegno incessante perché la verità non è data una volta per tutte, non si trasmette ma la si genera dentro di sé.Oggi come allora, a trionfare è stato ed è il falso come tecnica usata da chi comanda per ingannare la gente. Serve a creare consenso, giustificare guerre o leggi ingiuste, coprire errori e dare forza a una finta realtà.
Chi detiene il potere manipola le notizie, inventa nemici o modifica i fatti per mantenere il controllo. Donald Trump, per esempio utilizza il falso per spaventare il popolo con pericoli inesistenti per farsi accettare come unico difensore e mettere i gruppi sociali l’uno contro l’altro e indebolire le proteste.Per dare un quadro dello squallore che ci circonda, va sottolineato che non sono mancati coloro che hanno perfino creduto (potenza della carta stampata!) alla paternità sartriana, come il recensore de “La Voce Repubblicana”.
Gigino Adriano Pellegrini