Punture di spillo 2026
La Premier getta la maschera ed esce allo scoperto: dopo Mattarella, nel 2029, essere la prima donna al Quirinale. Anche in politica vige al regola del “non c’è due senza tre”: Dopo Palazzo Chigi e il record di durata del suo governo in tutta la storia repubblicana, ecco la possibilità di fare filotto con sette anni di presidenza della Repubblica.
Probabilmente, quando è andata alla guida del primo governo di Destra (altro primato non trascurabile), il Colle non era un suo obiettivo, se non quello di creare problemi a Mattarella e provare a “stracciare” la Costituzione su cui, per opportunità, ha giurato ma che non ha mai “sentito” sua. La Ducetta infatti nel settembre 2022 aveva ottenuto meno voti, e quindi non avrebbe potuto governare.
Ma le Opposizioni, essendosi presentate divise, sono restate spettatrici dell’asso pigliatutto della Presidente di un Partito, di fatto, erede di Giorgio Almirante. Ed è stato in questi quattro anni che la Statista della Garbatella ha maturato l’ambizione – vista anche l’inconsistenza delle Sinistre – di puntare nel 2029 al Quirinale, alla scadenza naturale del Presidente più amato dagli italiani: altri 7 anni senza rotture di scatole da parte di nessuno, rispettata e riverita con figlia e sorella al seguito.
Non c’era riuscito uno statista come Amintore Fanfani, che pure aveva titoli ben maggiori, potrebbe accadere a Giorgia Meloni. E qui è d’obbligo un pettegolezzo che girava negli anni della prima Repubblica qualora l’Aretino fosse approdato al Quirinale: Corazzieri più bassi su pony e sciabole più corte, come fece Re Umberto di Savoia soprannominato appunto “sciaboletta”.E’ ancora troppo presto ma la voglia della Premier di starsene per almeno 7 anni sul Colle ricorda il film del 1949 di Steno e Monicelli, “Totò cerca casa”, dove un povero impiegato comunale con moglie e figli era alla ricerca di un posto dove vivere.
A quasi 80 anni di distanza, con la regia di Mantovano e Fazzolari, troviamo una povera underdog (fruttarola in italiano) con figlia e sorella a carico desiderosa di “accasarsi” a spese dello Stato sul Colle. Per la verità, il film su Meloni è diverso: lei non è un oscuro impiegato comunale e già possiede una megavilla.
Ma la Premier al Colle ci punta. “Non è detto – è la sua tesi – che non si possa avere un Presidente della Repubblica non di centrosinistra”.
Certo, è possibile, purché non si giochi con carte truccate. Ed è quello che invece sta facendo Meloni da quando ha impresso un’accelerazione ad una riforma elettorale di cui il Paese non sente alcun bisogno. Perché? Per i sondaggi e per un Vannacci sullo sfondo! E che il futuro dell’ex Generale sia legato alla riforma elettorale lo dimostra, da oggi, un possibile stop and go della legge all’esame della Camera. Improvvisamente sembra che qualcuno abbia consigliato la Meloni di rifletterci bene. Andare avanti a testa bassa fregandosene (verbo caro al fascismo) delle Opposizioni e di eventuali rilievi di costituzionalità, potrebbe comportare il rischio di perdere la partita e le elezioni.Allora, meglio prendere tempo. Aprire ora a Vannacci potrebbe frantumare la Coalizione e perdere voti. Se l’obiettivo resta il Quirinale, è preferibile tenersi il Rosatellum e aprire all’ex Generale solo dopo le elezioni. L’imbroglio sarebbe quello di dire “mai con Vannacci” ma, archiviato il turno elettorale, utilizzare i voti della “sporca dozzina” per mandare al Colle un candidato di Destra: la stessa Meloni con una sua testa di legno a Palazzo Chigi.
PdA