Beaumont sur Mer-
L’episodio dei migranti, affogati nelle acque del Mare di Ulisse e i corpi adagiati sulle spiagge calabresi, è stato l’espressione della cinica disumanizzazione della politica che considera l’essere umano un mezzo e non un fine; spettacolo indegno e minaccioso: non ha raccolto l’acclamazione di una fetta cospicua di cittadini arrabbiati e delusi. Io fra questi.I nostri padri, quelli che hanno ancora nella memoria la follia assassina delle dittature nazi-fasciste, ci comandavano di restare ben saldi a difendere lo Stato democratico e liberale: “rappresenta – precisavano – il migliore dei mondi possibili” perché dovevano, con il voto, assicurare governi eletti dai cittadini, di calpestare i diritti umani e le libertà fondamentali, i “pilastri” inamovibili su cui si regge la democrazia liberale. La Costituzione federale. Tutto questo si è sbriciolato negli ultimi mesi. Viktor Orbán è il campione riconosciuto di questa versione populista di democrazia, che lui stesso ha definito “illiberale”: in nome della “difesa della madrepatria”, contro coloro che “vogliono riempire la nostra terra di migranti” proclama l’avvento del regime che fa da argine contro gli stranieri, i diversi, i nemici della nazione.
L’esaltazione della democrazia “autentica” diventa paradossalmente il pretesto per conculcare le libertà e la dignità delle persone: e allora parliamo di democratura, ossia di una democrazia formale che maschera un autoritarismo sostanziale: Trump, Erdogan, Orbán, Putin i capofila, con la nostra Carciofara che fa loro da domestica e che parla a caso, senza considerare quel che si è detto. “Temere loqui.” Proferire parole sconsiderate, senza riflettere o senza una reale conoscenza dell’argomento, talvolta definita anche come “parlare in aria”. Parlare a vanvera. Così scrive il poligrafo toscano, Francesco Serdonati, vissuto tra il XVI e il XVII secolo, alla lettera P dei suoi Proverbi. La presenza dell’espressione alla lettera P dei Proverbi di Serdonati è significativa poiché ci dice che, a quell’altezza cronologica, la locuzione avverbiale a vanvera veniva già percepita insieme al verbo parlare: “senza senso, a caso, senza fondamento, senza riflettere”.
Sulla provenienza di “parlare a vanvera” si sono fatte molte ipotesi. Alcuni studiosi, ad esempio, asseriscono che la radice di vanvera assomigli a quella di vano. Altri ritengono che la parola derivi dal “gioco della bambàra”, una locuzione, forse di origine spagnola, con la quale s’intendeva una perdita di tempo. A rinforzare questa tesi c’è il fatto che in certe zone della Toscana si dica proprio “parlare a bambera”. Oggi gli etimologisti sono favorevoli a credere che parlare a vanvera sia una locuzione onomatopeica che deriva dal suono di chi parla farfugliando e dunque perde tempo senza riuscire a esprimere qualcosa di sensato. Inoltre si raccontano altre origini, più o meno fantasiose, della parola vanvera. Una di queste racconta la meravigliosa storia di una bambina di nome Vera Van, alla quale piaceva ascoltare tutto; a cinque anni chiese di andare a scuola per ascoltare le lezioni. La maestra le disse che si sarebbe annoiata ma Vera scosse la testa e fu iscritta. Quando la maestra faceva l’appello chiamava “Van Vera” e non Vera Van. A Vera piacque molto sentirsi chiamare così. Quando divenne adulta Vera divenne Uditrice Giudiziaria. Col tempo poi divenne vecchia e sorda e i suoi nipoti e pronipoti, che fino a quel momento le avevano raccontato i loro problemi, decisero di ricambiarle il favore. A turno andavano a trovarla e le raccontavano storie e discorsi senza senso. O voi nobili cittadini, patrocinanti di una buona causa, difendete con l’armi il mio diritto di “parlare a vanvera” sulla giustizia, sulle malefatte dei prepotenti, sulle falsità di parecchi ministri che si sono succeduti negli anni. Voi, cittadini, sostenete ora con le vostre spade il diritto e la giusta causa di tutti e non dei pochi. Fate sì che rivivano nella vostra impresa quegli onori che furono dei nostri avi. Amici, fidi seguaci del giusto, sostenitori del buon diritto, nessun di voi permetta a questa gentaglia di accostarsi agli scranni del potere liberal-democratico. Combattete urlando le parole attribuite secondo la tradizione a Marco Giunio Bruto nell’atto di uccidere Giulio Cesare: “ Sic semper tyrannis”. “Così sempre ai tiranni”.
Gigino Adriano Pellegrini