IL SILENZIO DI MELONI: O “SE NE FREGA” O NON PUO’ PARLARE

Punture di spillo 11/26-

Il silenzio di Giorgia Meloni sull’aggressione di Israele e degli Usa in Iran, e l’aver delegato due “comparse” al dibattito alla Camera e al Senato, può avere solo due spiegazioni. La più semplice – anche perché in linea con la sua ideologia postfascista – è che la Premier “se ne freghi” dei cittadini, che invece hanno il diritto di sapere cosa sta accadendo in quella parte del mondo, e del Parlamento che il suo “avo” politico, riduceva ad una “aula sorda e grigia”.La seconda, ancora più imbarazzante ma forse più vera, è che la Premier non sappia cosa dire o, peggio, non possa parlare, visto che questa volta gli aggressori sono Trump e Netanyahu con l’Iran e non Putin con l’Ucraina. Ecco allora l’idea, un po’ fanciullesca, di evitare la sede istituzionale naturale in attesa che la situazione in qualche modo si chiarisca e che la guerra acquisti una fisionomia più definita. Personalmente propendo per questa seconda lettura ricordando che con il “rapimento” di Maduro in Venezuela la nostra Presidente del Consiglio commentò subito, “a caldo”, definendo “legittima” l’operazione ordinata da Trump. Sulla guerra scatenata dal Tycoon americano in Iran invece silenzio.E silenzio anche nell’intervista rilasciata ad una radio privata dove per 32 minuti non ha mai nominato il Presidente americano, né il Primo ministro di Israele, né la guerra in Iran. Un silenzio che colpisce soprattutto a fronte di altri leader europei e della stessa S. Sede che, prima con il Segretario di Stato e domenica in piazza s. Pietro con lo stesso Pontefice, hanno invocato la pace criticando le “guerre preventive” che rischiano di incendiare il mondo.

C’è poi un’altra possibilità. Meloni, che non è sciocca, sa bene che la stragrande maggioranza del Paese è contro la guerra, non ama Trump e teme che questa situazione si possa riverberare in negativo sul referendum per… riformare la giustizia. Ma Il 18 marzo, volente o nolente, la Premier dovrà relazionare il Parlamento sul Consiglio Europeo. Difficile immaginare che le opposizioni non avrebbero colto l’occasione per portare la discussione sulla guerra in Iran con ripercussioni sul voto del 22 e 23 marzo. Meglio quindi che l’inevitabile bagarre non avvenga a ridosso dell’appuntamento referendario. Di qui l’anticipo del dibattito all’11 marzo.

Ci sarà pure un feeling con Trump ma… se lo potesse strozzare!

PdA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *