Roma. La borgata Garbatella.Mario Pirani intervista Sergio Rappino..

Tra le novità editoriali apparse in libreria con il nuovo anno si nota un volume di 450 pagine della casa editrice Librìa di Melfi. Tratta ampiamente di un quartiere tra i più interessanti della Capitale. Nasce nei primi decenni del Novecento e si deva a Sergio Rappino che ha dedicato alcuni anni della sua esistenza per la sua realizzazione. Ciò che ha messo a punto rappresenta un testo esemplare.

La prima domanda che nasce spontanea nel dialogo con l’autore è chiedergli il perché si è occupato della Garbatella.Cosa ti ha particolarmente colpito di questo quartiere? Negli anni ‘70 ho abitato ai margini della Garbatella e, negli stessi anni, ho svolto attività didattica e di ricerca nel corso di Composizione Architettonica 1 tenuto dal professore Valter Vannelli, Facoltà di Architettura, Roma, La Sapienza. Il tema assegnato verteva sull’analisi urbana e in particolare sulla ristrutturazione, il recupero e lo studio di parte dall’espansione a Roma dell’Ostiense; i quartieri Testaccio, San Saba e Garbatella, costituivano uno degli elementi cardini dell’espansione residenziale del contesto.

Come nasce la Garbatella? Si può rispondere con una lettura diversificata, riferendosi a più elementi: al momento storico ovvero al primo dopoguerra ed ai risvolti sociopolitici, alla complessa tematica della configurazione urbana negli inizi del Novecento ed alle indicazioni del Piano regolatore del 1883 con le espansioni oltre le mura. Per il primo punto si sta vivendo la crisi per la disfatta di Caporetto e l’imperversare della peste spagnola. Il Paese è in gran parte in ginocchio per l’economia e l’aspetto sociale e il cosiddetto biennio rosso ne rappresenta la condizione: è la povertà, il lavoro inesistente, l’occupazione delle fabbriche, sono le sommosse e le soppressioni delle rivolte, gli ammutinamenti con vittime tra gli operai e i militari. Quindi si è trattato di una scelta sociale e politica. Da una parte dare casa ai reduci che tornavano dalla guerra e insieme creare occasioni di lavoro La condizione economica e sociale aveva determinato la caduta del governo Nitti e il ritorno di Giolitti. Il nuovo quartiere popolare da realizzare sui Colli di San Paolo rappresenta anche una opportunità di risanamento testimoniata dall’intento iniziale di chiamarlo Concordia, poi rinominato Garbatella.

Nasce quindi nel clima che hai descritto la realizzazione, con un concorso di architettura, del primo nucleo di ciò che sarebbe divenuta la Garbatella. Il riferimento originario è l’espansione infrastrutturale dell’area Ostiense con progetti che vertono sul collegamento della Capitale con il mare, già presenti negli ultimi decenni dell’Ottocento. Le premesse sono del 1916 con il Piano Regolatore dell’aria industriale di Roma predisposto da Marcello Piacentini e Gustavo Giovannoni. Ritieni che fosse reale la proposta di realizzare un porto all’Ostiense? Cerimonia di fondazione con planimetria del primo nucleoSi tratta dei grandi progetti di fine secolo, come l’ipotesi di un canale navigabile parallelo al Tevere, sostenuta da Garibaldi e pubblicizzata nel 1872. Le ipotesi più concrete sono sostenute da Paolo Orlando che nel 1887 presenta al Governo il progetto della ricostruzione dell’antico porto di Traiano e del collegamento con la città con un canale navigabile e che, nel 1904, costituisce e presiede il Comitato pro-Roma Marittima per favorire lo sviluppo industriale dell’area Ostiense. Lo stesso Orlando, assessore all’Agro Romano dal 1907 al 1920, fonda nel febbraio 1919 lo SMIR, l’Ente autonomo per lo Sviluppo Industriale Marittimo di Roma. Oltre all’espansione verso il mare si ipotizzavano tre porti, l’esterno, quello a metà e quello interno. Un importante infrastruttura che si univa all’espansione della ferrovia e con la borgata di Ostia mare, nata nel 1916. Il porto interno, a ridosso della basilica di San Paolo fuori le Mura, costituiva effettivamente l’elemento di una forte armatura urbana. Viene da chiedersi perché il progetto non sia andato avanti. Per l’accentuato centralismo di Mussolini e delle leggi fascistissime che smantellano le autonomie locali, aboliscono lo SMIR e annullano il progetto del porto interno mentre parte invece il programma del Governatorato di sbaraccare le costruzioni abusive nella Capitale e l’ICP realizza il Quartiere per i Baraccati con alloggi modesti ma urbani che non nascono a caso, come con l’abusivismo degli anni ‘80. Inizia una nuova vita per questa parte di Roma. Un progetto d’insieme oltre le mura con gli interventi previsti dal Piano regolatore del 1909.

Già esisteva il quartiere dei conciatori e si andava configurando l’ampia area industriale a ridosso della via Ostiense con il Mattatoio e i Mercati generali. Ai margini di tali strutture e di altre presenze industriali e artigianali, nasce il piccolo insediamento residenziale per gli addetti dell’industria dove Giovannoni sperimenta il piano per l’espansione urbana dai Colli di San Paolo alla Piana di Pietra Papa puntando su alcuni punti nodali: un nucleo residenziale sui Colli, un polo direzionale sulla via Ostiense a ridosso della chiesa, lo scavalcamento del Tevere con il collegamento tra i Colli e la Piana. Il nodo del nuovo nucleo ai Colli è a Piazza Brin. E nasce il quartiere chiamato Garbatella.

Un toponimo già esistente, del Vicolo della Garbatella che si diramava da Via delle Sette Chiese e che limitava il lotto oggetto della compravendita con cessione di un’area dallo SMIR all’ICP.

L’elemento qualificante è costituito dal fatto che la Garbatella nasce grazie alla mano pubblica. L’ICP già aveva sperimentato questo tipo di insediamento a San Saba, dove appare la tipologia residenziale semi estensiva con le case a due piani di Quadrio Pirani e Giovanni Bellucci. La sperimentazione seriale viene adottata con gli edifici dei primi anni ‘20 alla Garbatella e abbandonata dallo stesso Giovannoni che, in seguito, lo definì un modello dispendioso. Oggi troviamo molto più interessante l’insediamento della Garbatella e di San Saba o del Testaccio stesso rispetto ai quartieri che sono stati costruiti subito dopo e che dovevano andare invece a fasce di reddito più alte. Alla fine, gli interventi per le fasce a basso reddito sono più interessanti e stimolanti, ci si abita meglio, rispetto a quelli della mano privata.

La tipologia ottocentesca a blocco con corte centrale costituiva il riferimento della Casa Popolare a Roma.

Anche alla Garbatella nella sperimentazione innovativa dell’ICP, nel 1922 Plinio Marconi ripropone il blocco costituito da tre edifici per gli impiegati uniti da corpi di collegamento a due piani. A seguito del regolamento edilizio urbano nel 1916 i villini mutano in palazzine. Cambiano le esigenze dei costruttori che hanno la possibilità di costruire un volume maggiore e gli abitanti acquistano un nuovo status rispetto alle casette popolari, col riscatto dal marchio infamante. La tipologia a blocco è piacevole perché le corti interne sono piacevoli giardini con alberature; un’area di socialità e di scambio. Esempi che appaiono anche alla Garbatella.

Vogliamo passare in rassegna quali, a tuo avviso, sono gli edifici più riusciti? Quali gli esempi emblematici?

Le premesse della sperimentazione ci sono già al Testaccio con gli edifici a blocco aperto di Bellucci e Pirani e si verificano coi tipi in linea del Magni. Interessante il cambiamento di status con il ritorno alla tipologia classica, alla palazzina in stile con un fiorire di coronamenti a timpano e fronti a colonne. Sabatini è l’architetto che sperimenta la nuova figurazione chiudendo il riferimento all’influsso regionalistico caro a Giovannoni e ai canoni linguistici dell’Associazioni Artistica fra i cultori dell’Architettura a Roma dal 1890. Cambia il linguaggio, i prospetti diventano attori della scena urbana, dialogano con i fronti degli edifici sui lati opposti della strada e cambia l’immagine della Garbatella. La corte interna diventa la distribuzione degli ingressi agli edifici. Solo Plinio Marconi continua a sperimentare l’accesso esterno su strada delle palazzine qualificando il prospetto secondo lo schema cinquecentesco del portale sovrastato dal balcone.

Gli stessi lotti con edifici sovraccarichi di stili, di decorazioni, di simboli saranno quelli che, alla fine degli anni ’20 in occasione del concorso-mostra La città giardino in ambiente romano nel lotto 24, stupiranno i giornalisti tedeschi presenti che segnalano l’arretratezza della cultura architettonica romana nel tentativo di nobilitare la casa popolare con una sovrabbondanza di elementi decorativi. La cosa interessante è che in realtà oggi la Garbatella è diventato uno dei quartieri più affascinanti di Roma, molto seguito e apprezzato, ma ignorato dalla storia e dalla critica che mostra solo opere emblematiche: il Mausoleo per le Fosse Ardeatine, il Fabbricato Viaggiatori della stazione Termini, e prima gli edifici delle Poste o la Città Universitaria o il Foro Olimpico. Negli anni Cinquanta abbiamo la damnatio memoriae perché realizzati dal fascismo e i diversi aspetti di questa architettura residenziale vengono del tutto ignorati.

Puoi spiegare per quali motivi?

La Garbatella nasce tra due modelli, l’esposizione universale internazionale del 1911 con la nuova figuratività di Roma e il riferimento all’edilizia regionalista e l’esposizione non realizzata del 1942 con l’E42. Nei primi lotti risulta evidente la differenza tra il progetto che echeggia i temi europei e la realizzazione legata alla cultura romana. L’ultima Garbatella guarda il primo modernismo, gli edifici a volumetria solida, stereometrica, esatta come quelli di Otello Casali che realizza le case in linea a ridosso della piazza Damiano Sauli. L’architettura anteguerra è stata mistificata con una interpretazione deformata delle premesse dell’architettura moderna mentre all’Ostiense ritroviamo il progetto per il Quartiere dell’artigianato del Gruppo Aschieri e il Palazzo delle Poste di Libera e De Renzi, edifici che risalgono agli anni intermedi e che mostrano lo spirito innovativo.

Perché la Damnatio Memoriae?

Costituisce la risposta al faraonico progetto di Via Imperiale, poi Cristoforo Colombo, ipotizzato da Mussolini, come supporto della nuova espansione verso l’Esposizione Universale del 1942, deviata nel tratto urbano per escludere la Borgata e l’urbanizzazione industriale, considerate non consone alla figuratività del Duce. L’architettura minore non era certo quella imperiale. Oltre che minore era ritenuta infima e fino agli anni ‘50 l’area Ostiense era considerata negativamente e quindi da escludere.

Vorrei concludere il nostro dialogo con quelli che a tuo avviso sono i capolavori della Garbatella, gli edifici più significativi.

L’elemento più significativo è dato dalla sperimentazione degli anni 20 e quindi i primi lotti, la serialità, la peculiarità progettuale e attuativa con la fase della speranza con la nuova configurazione. A seguire quella della disperazione, della fine del sogno del futuro radioso, ove si verifica la nascita delle case rapide. Ci si accorge di aver messo in atto un eccezionale sforzo progettuale che sfocia in una rilevante campionatura di codici linguistici e significativi artifici atti a valorizzare le case a bassissimo costo.Gli edifici più significativi, non riferibili al sociale ma alla tipologia, sono gli alberghi suburbani di Sabbatini, la testimonianza delle fasi più crude della Garbatella con camere in cui venivano stipate famiglie di 8, 9, 10 componenti. A livello tipologico e architettonico risultano un esempio eclatante perché sia Sabbatini che Costantini seguivano i temi europei ed erano a conoscenza delle esperienze tedesche, austriache e francesi. Ciò permetteva l’aprirsi alle nuove tendenze anche degli esponenti dell’ufficio tecnico dell’Istituto Case Popolari.

L’ambiente romano non risultava particolarmente permeabile agli stimoli d’oltralpe. Sia per la tipologia che per i tipi. La sperimentazione che Sabbatini attua con gli alberghi poteva essere un’enorme occasione se paragonato a quella di Vienna rossa. Si può immaginare di unire, in una piastra unitaria, le grosse strutture sociali delle mense, della chiesa, delle scuole, dei magazzini in modo tale da non dividere l’intera area con le strade. Anche a Roma avremmo avuto l’esperienza delle grandi strutture urbane.Allora l’ICP era in sintonia con la sperimentazione europea. Alla fine, arriva la mano dei privati anche intorno al nucleo centrale della Garbatella. Nascono i grandi edifici che soffocano le ultime realizzazioni degli anni 50 con edifici di 5-6 piani in opposizione a quello che doveva essere la Garbatella iniziale, il famoso riferimento alla Borgata Giardino. Viene da chiedersi quale sia il messaggio che lascia a Roma questa esperienza Quella di una dimensione umana. Se si attraversa la Garbatella nella parte delle case rapide se ne percepisce ancora l’ambito umano. Si percorrono strade che non avevano marciapiedi e che vengono ristrette per il parcheggio delle auto; girando per gli slarghi colpisce la sovrapposizione del moderno e si percepisce ancora questa dimensione, Si vedono gli spazi di pertinenza arredati, c’è il rapporto con le finestre, con le porte. Specialmente negli interventi di Plinio Marconi, le case con le scale esterne richiamano paesaggi e dimensioni dei centri laziali minori; c’è il ritrovamento, il riferimento con la gente che sta seduta sui gradini, che gode di questi piccoli ambienti. Naturalmente tutti gli accessori decorativi fanno sì che si genera un rapporto diretto con gli edifici; si analizzano, si vedono, si osservano i particolari, le tessiture dei materiali. Le stesse perimetrazioni dei lotti, le recinzioni cambiano a seconda degli interventi dei progettisti ed è tutta una scoperta, una conoscenza che si compie un po’ alla volta.

La Garbatella-sottolinea Sergio Rappino- va vissuta a piccoli tratti e ogni volta che ci si va si deve sedimentare, si deve maturare quello che è stato percepito. Nel momento in cui ci si ritorna si ripropongono nuove sensazioni, magari sono le stesse cose, oggetti e particolari già visti ma che, sotto nuovi sguardi, offrono nuovi suggerimenti.

Mario Pisani

fonte:VIAGGIeMONDO

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