Siamo alla quarta legge di bilancio e gli italiani stanno peggio di quando Giorgia Meloni è arrivata a Palazzo Chigi ma il consenso, stando ai sondaggi, regge.
E questo nonostante il suo governo non abbia mantenuto quasi nessuno degli impegni elettorali. Aveva promesso meno tasse e più sicurezza ma le tasse sono aumentate e le città, grandi e piccole, sono meno sicure. Le accise non sono state abolite, l’immigrazione illegale (che voleva combattere) è cresciuta e i centri in Albania, costati un miliardo, sono vuoti.
Riforme? Per ora solo l’abolizione del reato di abuso d’ufficio e il colpo “mortale” alla Corte dei Conti per lo stop al Ponte di Salvini. La Destra esclude la “vendetta”. Può darsi, visto che il provvedimento era stato approvato dalla Camera in primavera ma resta sospetta la tempistica (subito il voto dopo Natale con i senatori costretti a rientrare a Roma) e la presenza a Palazzo Madama di un Salvini che invece brilla per assenza. Quanto alla separazione delle carriere nella magistratura, si attende l’esito del referendum e l’autonomia differenziata, benché legge, è in attesa di definire i Lep (livelli essenziali di prestazione) senza i quali, alla faccia di Calderoli, resta lettera morta. C’è poi il premierato, la madre di tutte le riforme, parcheggiato in attesa che la Presidente del Consiglio si chiarisca le idee sul suo futuro.
Meloni in questi anni ha testato l’inconsistenza delle Opposizioni e vede concreta la possibilità di una sua riconferma anche nella prossima legislatura e – se i rapporti di forza resteranno gli attuali – sta valutando la possibilità nel 2029 di succedere a Sergio Mattarella. In questo caso che senso avrebbe andare a toccare i poteri del Capo dello Stato se dovesse essere lei a salire sul Colle? Tanto vale – è il ragionamento che sta portando avanti… in Famiglia – lasciare tutto come sta. Anche perché, di fatto, il premierato già c’è.E’ vero, la coalizione è litigiosa ma senza di lei i Salvini e i Tajani dove vanno? Alla fine, come sempre è avvenuto si ricompattano e votano come la Premier ha voluto e deciso. Se no, che Capo è? L’incognita restano le Opposizioni che, unendosi, potrebbero crearle qualche problemino. Ma è difficile che si accordino se non all’ultimo minuto utile, quando però sarà troppo tardi per riportare al voto quanti da anni hanno imboccato la strada dell’astensione. Le Sinistre si confermano infatti impalpabili nonostante il Governo della Meloni non abbia mantenuto le promesse elettorali e in tre anni abbia fatto, e male, il minimo indispensabile. Spesso sconfessando la “sua” stessa Storia politica e non utilizzando appieno i fondi del PNRR. Ad oggi, su 153 miliardi di euro incassati, ne sono stati spesi appena 86. Eppure il consenso alla Ducetta oscilla intorno al 30%, di almeno 10 punti superiore a quello della Schlein.
Perché? Innanzitutto per la debolezza congenita delle divisioni del cosiddetto “campo largo” che non è riuscito ancora ad offrire lo straccio si un progetto di Paese che vorrebbe.
E poi, la comunicazione. Che Giorgia Meloni sa governare e controllare benissimo – al contrario di Schlein e di Conte – con una propaganda social perfetta per caricare i suoi e costringere i media a seguirla su temi a lei più congeniali. Occupazione poi, tranne la7, di Rai e Mediaset, bando alle conferenze stampa dove qualche giornalista potrebbe renderle conto del suo operato, annunci trionfali e critiche a Sinistra senza controprova.
PdA