Beaumont sur Mer –
Il filosofo greco Platone, per bocca di Socrate suo maestro, immaginava gli uomini chiusi in una caverna, gambe e collo incatenati, impossibilitati a volgere lo sguardo indietro, dove ardeva un fuoco.
Tra la luce del fuoco e gli uomini incatenati vi era una strada rialzata e un muretto. Sulla strada alcuni uomini parlavano, portavano oggetti,erano, insomma, impegnati nella vita di tutti i giorni. Gli uomini incatenati non potevano conoscere la vera esistenza degli uomini sulla strada poiché ne percepivano solo l’ombra proiettata dal fuoco sulla parete di fronte e l’eco delle voci, che scambiavano per la realtà. Se uno degli uomini incatenati avesse potuto finalmente liberarsi dalle catene avrebbe potuto volgere lo sguardo e vedere finalmente il fuoco, sarebbe venuto così a conoscenza dell’esistenza degli uomini sopra il muricciolo di cui prima vedeva solo le ombre. In un primo momento, l’uomo liberato, verrebbe abbagliato dalla luce, la visione delle cose sotto la luce lo spiazzerebbe, abituato com’era, per anni, alle ombre. Avrebbe comunque il dovere di mettere al corrente i compagni incatenati. I compagni, in un primo momento, riderebbero di lui, ma per l’uomo liberato nulla, da quel momento, sarebbe stato più come prima. Non potrebbe più tornare indietro e concepire il mondo come prima, limitato, com’era, alla sola comprensione delle ombre.“…E io come devo chiamarmi? Marx era un comunista, e io, che ancora faccio riferimento a quella matrice perché non posso chiamarmi come lui, comunista? “
Pietro Ingrao.
Nel leggere l’autobiografia di Pietro Ingrao,”Volevo la Luna”, non si può non apprezzare l’integrità del suo valore e la potenza del suo pensiero. In questo suo testo la politica si estende, lo sguardo del lettore va al di là dei confini del suo partito,la riflessione si trasforma in una lente di ingrandimento che ci permette di vedere l’ instabilità dell’umanità e la sua fragilità. Pietro Ingrao, è stato per molti anni un uomo completamente dedito all’attività politica, accettando, a volte, con sofferenza la dura ragione di partito, anche quando il suo pensiero limpido lo avrebbe portato verso altri lidi. Certamente non verso la “via democratica” al potere di togliattiana memoria.
Carlo Collodi scriveva: “Mangiafoco chiamò in disparte Pinocchio e gli domandò: ‘Come si chiama tuo padre?’. ‘Geppetto’. ‘E che mestiere fa?’. ‘Il povero’. ‘Guadagna molto?’. ‘Guadagna tanto, quanto ci vuole per non aver mai un centesimo in tasca’”. Geppetto lavorava, ma non riusciva a scrollarsi di dosso la miseria: allora come oggi, il lavoro non libera dalla fame. Collettivamente i poveri sono inafferrabili. Oltre a essere la maggioranza del pianeta, sono dappertutto e anche il più piccolo evento parla di loro.
Ecco perché oggi l’attività fondamentale dei ricchi è costruire muri: muri di cemento, sorveglianza elettronica, sbarramenti di missili, campi minati, controlli di frontiera, e gli schermi opachi dei mezzi d’informazione.I luminosi vecchi tempi, son tornati a splendere di nuovo; mentre le lacrime inondano la Terra. Si avranno briciole di pane per il suddito umano. Mentre il potente sfodererà la spada “Se son ricco ho paura di diventare povero perché non voglio provare quella inaccettabile condizione”.
Questa frase, sentita in una sala cinematografica canadese, mi ha riportato a qualche anno fa mentre ero a Venezia col direttore di Rai Tre per seguire il festival del cinema. Stavo giocando a golf con un ricco signore brianzolo, che indossava pantaloni alla zuava, calzettoni di raffinato filo scozzese, maglioncino di cashmere e scarpe da golf personalizzate e il pon pon sulle mazze di radica di legno. Il distinto signore aveva deciso di erudire, questo stravagante giovane ricco in jeans dicendomi: “Carissimo giovane amico, ragionare su una percezione tattile ha finalmente fornito la vera forma della ricchezza e della povertà, intesa esattamente come segno. Esistono, infatti, tessuti che universalmente sono riconoscibili come “ricchi”, preziosi, associati alle situazioni di agiatezza economica. In essi l’elemento decorativo è riconoscibile e similare agli ornamenti dei palazzi, delle ville, delle cornici, dei gioielli, come lei ben conosce. Con un rovesciamento della medaglia anche la povertà ha i suoi tessuti e i suoi motivi decorativi, molto diversi, dai nostri, generalmente lineari e geometrici, a volte narrativi, ma sempre estremamente riconoscibili. Dunque, facile sotterrare la dignità di esseri umani anonimi e invisibili, sui quali nessuno ha interesse a investire. Bisogna isolarli, sempre più, con salari bassi, senza protezione, facilmente ricattabili, diventando diffidenti e risentiti, si la guerra tra poveri, impauriti, indifesi, disperati, abbruttiti. Sono certo che Lei avrà sentito dire queste cose a suo padre. I poveri dovranno consegnarsi a mani alzate a quello sviluppo senza regole così come è richiesto dal sistema finanziario internazionale. La manipolazione di specie animali, quali scimmie e soprattutto scimpanzé ed oranghi è cosa già nota, se non al grande pubblico, alla cerchia degli scienziati dello specifico ambito. Fin qui, sorvolando ed eliminando qualsiasi considerazione etica e morale, tutto bene, sorge però un problema circa il ruolo di questi esseri umani all’interno di questa nuova società, evidentemente non sarebbe possibile mantenere gli assetti sociali odierni.
Con l’introduzione di una nuova specie è il crescente disimpegno degli esseri umani dalle mansioni ordinarie e di più basso livello, a favore della nuova specie, inevitabilmente implica la necessità di diminuire il numero degli umani, in particolar modo quelli appartenenti alle fasce sociali più basse in quanto e soprattutto, per una questione economica ma anche politica, risulterebbero in surplus rispetto ai nuovi assetti sociali. Dunque, il sistema di potere sta sperimentando nuove vie per sbarazzarsi di un po’ di umanità in eccesso.” Mi raccontava tutto questo, osservando il mio blu jeans e la Tshirt di “fruit of the loom” come abbigliamento stravagante di qualche suo simile e non come un semplice programmista regista della RAI salariato che, non facendo colazione nel lussuoso albergo, riusciva a pagarsi, con quei soldi, il taxi, il costo del campo da golf e la colazione presso la Club House. Al ritorno verso l’albergo ripensavo a tutto ciò che mi era stato raccontato. Il mio pensiero andò a l’effetto serra alla sovrappopolazione della Terra e ad un detective newyorchese che investigava su alcuni omicidi strettamente legati alla carenza di cibo nel film “Soylent Green” con Charlton Heston e Edward G Robinson, e al genere umano che veniva “sfoltito” e sostituito da docili, obbedienti, ciecamente fedeli schiavi, avulsi da qualsivoglia aspirazione, con qualche piccolo desiderio, fatto da un prato verde proiettato su di uno schermo con sullo sfondo le note di Beethoven, in cambio di diventare cibo verde per quelli che rimanevano sulla Terra.
Gigino Adriano Pellegrini