SENZA UN DOMANI

Beaumont sur Mer-

“Nessun uomo riuscirà a salvarsi qualora vorrà opporsi lealmente a voi o al popolo e impedire che nella sua patria avvengano ingiustizie e illegalità.”

Socrate

La rovina di una antica terra perde il suo carattere poetico, la sua aspirazione alla memoria, la sua vocazione all’ammonimento, il suo segnalare fine e decadenza futura, e diventa segno di una fine in corso o già avvenuta. La continua migrazione delle forze giovanili verso altri regioni e verso l’estero, l’elevato numero di giovani che abbandonano gli studi, l’inconsistente capacità di attrazione di investimenti dall’estero, il peso ancor maggiore rispetto al resto del Paese della burocrazia, dell’inefficienza istituzionale, della corruzione, della lentezza giudiziaria, dell’economia sommersa, del trattamento dei rifiuti. Differenze che segnano un solco tra due aree di uno stesso Paese che poco si assomigliano.

C’è un legame fra la sofferenza della terra calabrese e la sofferenza della sua gente che ha subito modificazioni o cancellazione delle tracce mnemoniche dovute, solo in parte, al passare del tempo. La leggenda narra che il suo artefice volle il mare sempre turchese, la rosa sbocciante a dicembre, il cielo terso, le campagne fertili, i suoi raccolti pingui, l’acqua abbondante, il clima mite, il profumo delle erbe inebriante. Operate tutte queste cose nel presente e nel futuro il suo artefice fu preso da una dolce sonnolenza, forse perché compiaciuto della sua opera.

Del suo breve sonno approfittò un essere demoniaco che assegnò a questa regione le avversità: le dominazioni, il terremoto, la malaria, il latifondo, le fiumare, le alluvioni, la peronospora, la siccità, la mosca olearia, l’analfabetismo, il punto d’onore, la gelosia, la N’drangheta, la vendetta, l’omertà, la violenza, la falsa testimonianza, la miseria, l’emigrazione.

La frase “La fine della Calabria” è probabilmente un riferimento metaforico o una frase non letterale che può alludere a vari temi come: un’emigrazione di massa, la crisi economica o sociale, o un personaggio calabrese che ha avuto un impatto negativo sulla regione. Le narrazioni sono legate al rimpianto delle rovine del passato, cancellate dal tempo, dall’incuria, dai fiumi, dagli acquitrini, ma anche all’osservazione, a volte in “presa diretta”, di catastrofi (terremoti e alluvioni) che rendono la rovina sempre attuale, sempre al presente. Per comprendere appieno il significato di questa espressione, è necessario analizzare il contesto in cui viene utilizzata.

La Calabria, oggi, sembra un paese che pensa di vivere di “aria” e “sole”.Negli ultimi quarant’anni una delle sue cittadine, Amantea, è infatti cresciuta enormemente, molto più della sua capacità produttiva ed è anche cresciuta malissimo, sia sotto l’aspetto urbanistico che sotto quello architettonico. Ad eccezione di alcune aree privilegiate come le colline che avvolgono la città. Al centro, e in periferia un ammasso di cemento, con scarsa identità e con una modestissima dotazione di servizi ed attrezzature. Alla radice, insomma, di gran parte dei problemi della città e della sua incontrollata crescita c’è questo brutto aggrovigliamento urbano nonché, naturalmente, i fenomeni politici che l’hanno generato.Di chi è stata e di chi è la responsabilità? Forse un po’ di tutti: degli Amanteani, dell’assenza di una politica degna di tale nome, di Amministrazioni che si sono succedute nel tempo, che mai hanno pensato di investire con una vera e comprensibile progettualità, attingendo a risorse, oggi introvabili, anche per mancanza di ” Santi in Paradiso” e di forma mentis. Mi verrebbe di asserire qualcosa di orribile come, una decadenza voluta, cercata, provocata e realizzata. Un paese di commercianti, pensionati e studenti che aspettano di prendere il largo. Tantissimi disoccupati, oltre ogni limite, inquinamento del mare, assenza di verde, servizi inesistenti, dissesto stradale, criminalità organizzata e non, situazioni di marginalità diffusa, sono certamente piaghe antiche. Come in gran parte della Calabria, anche Amantea è rimasta al chiodo. E rimasta ai soliti propositi con le stesse campagne elettorali, le stesse promesse, gli stessi schemi, gli stessi tatticismi, le stesse facce, le stesse famiglie, il “cambio di frac” ed i consueti proclami.

E intanto la cittadinanza invecchia, con la speranza di un cambiamento che non si intravede neanche in lontananza.Al di là, comunque, dello stato di torpore politico e civile, esistono anche altre obiettive difficoltà strutturali che opprimono il Meridione, sia in termini di strutture produttive che di assetti istituzionali, evidenzia una situazione complessiva di fragilità che impone la ricerca di radicali elementi di discontinuità nelle politiche di sviluppo.

Gigino Adriano Pellegrini

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