I SENZA VERGOGNA

Beaumont sur Mer-

Era apparso come un passo decisivo, verso un mondo più umano, la costituzione di un Tribunale per contrastare i crimini di genocidio, di aggressione, di guerra, o, in generale, contro l’umanità. Sognare è bello, ma talvolta crea delle illusioni che si scontrano con la realtà, con i limiti delle cose di questo mondo. Il diritto privo di “effettività” ha effetti peggiori dell’inesistenza di quello stesso diritto, porta inevitabilmente alla convinzione che quei valori siano irrealizzabili, o, addirittura, che l’istituzione serva a coprire le malefatte dei potenti.

Il presidente Donald Trump ha letteralmente steso il tappeto rosso sul suolo americano per il dittatore russo accusato di crimini di guerra, lo ha onorato con un sorvolo di jet militari statunitensi, lo ha invitato nella limousine presidenziale per condividere un giro e qualche risata e, poche ore dopo, ha apparentemente concluso l’incontro senza ottenere da Vladimir Putin l’accordo di fermare la sua brutale invasione dell’Ucraina.La Corte penale internazionale ha emesso un mandato di arresto,per Putin più che giustificato. Ciononostante, Putin resta al suo posto, continua la guerra di invasione, partecipa a incontri con altri Capi di Stato, che lo consultano e lo rispettano. Tutti nel mondo sono testimoni che Putin si è reso responsabile di più di uno dei crimini di competenza del Tribunale: il crimine di aggressione, i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità.

La Camera preliminare I della Corte penale internazionale ha emesso mandati di arresto per il premier israeliano Benyamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant con l’accusa di crimini di guerra e contro l’umanità nell’ambito del conflitto a Gaza. Da Trump a Meloni, da Putin a Netanyahu, ecco a chi non piace la Corte dell’Aja. La vicenda del criminale libico Al Masri, scarcerato in un fiato e rimpatriato con volo di Stato, dimostra il ritorno di The Donald alla Casa Bianca e gli immediati decreti contro la Corte penale internazionale e chi la aiutasse, sta cambiando pesantemente il clima intorno a quell’organismo.

Fra i 125 Paesi che hanno sottoscritto lo Statuto di Roma non figurano Usa, Federazione Russa, Cina e India.Mentre la sala Darsena ospitava la prima assoluta di “Shame” alla 68° Mostra del Cinema di Venezia, all’esterno le prime voci di corridoio cominciavano già a filtrare: l’opera seconda del talentuoso regista londinese Steve McQueen è marchiata da plurime immagini-scandalo che gridano alla “vergogna”. Il film racconta la storia di Brandon, facoltoso ed elegante uomo d’affari che incentra l’essenza dei suoi bisogni primari sul sesso, un bisogno che si tramuta in patologici e compulsivi atti onanistici e carnali. Un problema così intimo e radicato in profondità che la sua vita quotidiana trascorre senza che tutto ciò trapeli a livello esterno. Fino al corto circuito innescato dall’arrivo in casa della sorella minore Sissy che amplificherà l’impulso dell’uomo sino a condurlo in un vortice di perdizione e depravazione senza ritorno.L’impatto di McQueen sul pubblico fu sconvolgente nel 2011 durante il festival del cinema di Venezia. A testimonianza delle molteplici reazioni di sbigottimento e di ripugnanza di fronte alle immagini mostrate, in molti si chiesero se la vergogna del titolo era solo quella vissuta da Brandon o se simboleggiasse piuttosto il sentimento dello spettatore, coinvolto suo malgrado ad assistere alle torbide pratiche messe in atto dal protagonista. Il film sprigionò una forza devastante, esprimendo con disorientante facilità e commovente bellezza le pulsioni di un uomo messo a nudo dalla sua dignità. Come sottolineò lo stesso regista, Brandon: “ Sono imprigionato mentalmente, isolato da qualsiasi relazione/comportamento che possa discostarmi dal sesso, unica vera fonte di nutrimento per la mia anima.” La vergogna è un’emozione autocosciente e complessa, legata alla percezione di inadeguatezza, giudizio altrui o trasgressione morale, che può manifestarsi con disagio fisico come il rossore. Ha una funzione sociale nel favorire la conformità alle norme, ma può diventare invalidante se cronica e portare a sentimenti di disprezzo, inferiorità e isolamento. McQueen consegna allo spettatore scene dal climax impressionante (il gioco di sguardi che culmina nella caccia alla preda nella metropolitana, lo sguardo dilaniato dal dolore mentre viene consumata l’orgia), piani sequenza magnifici e rivelatrici (il coinvolgente dialogo tra fratello e sorella sul divano, ripresi rigorosamente di spalle) e nella seconda parte scatena tutta la sua ira visiva in frenetici e sconvolgenti incontri omosessuali e orgiastici, scagliando definitivamente Brandon nel rogo dell’inferno. Le immagini si susseguono come anfratti alle putride parole di Baudelaire (“scopriamo un fascino nelle cose ripugnanti; ogni giorno d’un passo, col fetore delle tenebre, scendiamo verso l’Inferno, senza orrore” scriveva nell’introduzione a “I fiori del male”) e storpiano con deplorevole cinismo la poetica di George Brassens (“On pleure les lêvres absentes de toutes ces belles passantes que l’on n’a pas su retenir”). La cura a tratti maniacale con cui vengono inquadrati i movimenti delle mani e del corpo denotano tutta l’impronta video-artistica del regista che, non a caso, sceglie New York come cartolina del suo racconto.

Gigino Adriano Pellegrini

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