Buongiorno.
“Il capitalismo non funziona” ha detto risolutamente il giovane barista ad un gruppo di americani che si lamentavano del prezzo troppo alto della colazione, a poche centinaia di metri dal Duomo di Firenze.
La frase mi è tornata in mente leggendo proprio oggi su ‘il manifesto’ di tre casi – Nestlé, Gaza, Grecia – che confermano questa considerazione come tre scene dello stesso film.Nella prima, Nestlé, il nuovo amministratore delegato, Philipp Navratil, ha annunciato sedicimila esuberi – circa il sei per cento della forza lavoro globale – per realizzare “risparmi strutturali” nell’ordine di miliardi di franchi. La Borsa ha festeggiato immediatamente. I licenziamenti fanno volare il titolo.In questo caso il valore non nasce dall’espansione della produzione, ma dall’espulsione di lavoro e dall’aspettativa di dividendi futuri: la leva finanziaria (tagli e margini) sovrasta quella produttiva. È la grammatica della finanziarizzazione: il capitale si accresce comprimendo costo del lavoro e trasferendo ricchezza dal salario al rendimento azionario.
Secondo quadro: Gaza. Il fragile cessate il fuoco parziale non apre ad una ricostruzione ordinata, socialmente sostenibile e inclusiva ma a un spaventoso mercato dei ruderi. Stanze senza infissi, scheletri di case, interi piani lesionati vengono affittati o venduti a prezzi gonfiati a chi dispone di una certa ricchezza: personale di ong, appaltatori, pochi benestanti. Gli sfollati, privi di reddito, restano esclusi, vendono spinti dalla miseria e rimangono a vivere nelle tende.La devastazione materiale della guerra ha creato una scarsità di tetti e così un bisogno vitale viene trasformato in asset che genera rendita. Si monetizza la distruzione di oggi in modo che chi compra si prepara a capitalizzare con la speculazione la ricostruzione di domani, espellendo chi una volta era il legittimo proprietario della sua casa.
Terza scena: Grecia. Una legge, approvata in questi giorni dalla destra che governa il Paese, consente, “su accordo volontario”, turni fino a tredici ore al giorno per un numero limitato di giornate, con una maggiorazione del quaranta per cento. In un contesto di salari bassi, sindacati indeboliti e potere contrattuale sbilanciato, la volontarietà è in realtà una necessità per vivere.Lo Stato ridisegna così la giornata lavorativa a favore dello sfruttamento capitalistico: più ore invece che salari migliori, contrattazione individuale invece di tutele collettive. Si torna indietro alla conquista novecentesca delle otto ore lavorative, massacrando di lavoro le persone e producendo i costi sociali della stanchezza, degli infortuni e del peggioramento della salute collettiva.Messe in fila, queste tre storie confermano, oltre che la tesi del giovane fiorentino, anche le tesi di David Harvey, inglese e filosofo marxista alla University City di New York.Nel suo libro “Nuovo Imperialismo” Harvey sostiene che il capitalismo, sulla scia della accumulazione primitiva, si allarga attraverso “l’accumulazione per espropriazione”. “L’accumulazione per espropriazione non è una fase iniziale ma una modalità permanente del capitalismo”, scrive David Harvey.Infatti, la ricchezza, che oggi viene estratta meno attraverso nuova produzione, è sempre più il frutto di sottrazione: perdita di posti di lavoro nel caso Nestlé, espulsione dalle proprie case nel mercato delle rovine di Gaza, riduzione del tempo di vita per turni di lavoro massacranti, nel caso greco.È un meccanismo che funziona generando valore per pochi e espropriazione per molti.
“Il capitalismo non funziona”, ha sintetizzato magistralmente il giovane fiorentino.
Fonte:Post di Enrico Rossi su Fb