Beaumont sur Mer
Una generazione “sfigata”. È il termine adeguato a descrivere i figli degli anni ‘80, quelli come mia figlia. Nata sotto una buona stella, in un tempo in cui tutto sembrava essere in costruzione. L’Italia progrediva, sperava, cresceva. Al di là di qualche fisiologico scossone, L’Italia si presentava solida, e chiunque poteva sognare di farsi un futuro aprendo una piccola attività. Lavoro quasi sicuro, ovunque per lo più a tempo determinato.I genitori della mia generazione non hanno conosciuto la guerra, la fame e la miseria di chi ci ha preceduti, al contrario potevamo contare su un sistema che sembrava dovesse reggere. E poi.
E poi sono arrivati loro. I nostri figli. Oggi adulti della seconda Repubblica. Giovani che fin dalle superiori dovevano sperare di fare una valigia per andarsene a sognare in grande da qualche altra parte. Non qui. Non in Italia. Una generazione di precari ancora prima di giocare. Di provvisori. Di nullatenenti fino a cinquant’anni, e spesso oltre.Una generazione di “millenial” che sta attraversando le sfortune più grandi del 21° secolo. Guerre, crisi economica con annessa recessione, problemi ambientali e cambiamento climatico, saturazione del mercato del lavoro, ansia causata da aspettative di vita che non possono permettersi e, ovviamente, Donald Trump, Benjamin Netanyahu. e Vladimir Putin. Quanto sconforto, nel pensare che molti giovani attualmente s’imbattono nei politici e nei loro banditori e, a proprie spese, imparano che tutto quello che qualcuno ha insegnato loro non serve a nulla. I “nuovi” mediocrati che governano il mondo, vanno a caccia solo di persone ambiziose, disposte a calpestare di tutto pur di entrare in certi giri, pur di arrivare a certi posti, pur di fruire di certi privilegi, pur di sentir da vicino l’odore esilarante del potere.Il mondo di oggi è così. Ciò che rimane è semplice chiacchiericcio fatto di retorica vuota e nauseabonda. Ai “politici” non interessa l’onestà e la competenza, ma solo l’arruolamento e l’asservimento di persone ai loro disegni non più occulti di potere. Ne deriva che questo modo di intendere i nuovi valori si caricano, per chi crede in essi, anche di significati affettivi. In virtù della loro rilevanza etica e del loro significato affettivo, questi nuovi valori si configurano come criteri normativi rispetto ai quali individui, gruppi e società orientano, o cercano di orientare, la propria condotta anche in relazione alla congruità dei mezzi scelti per perseguirli.
A causa della loro importanza ‘normativa’ i valori sono, infine, assunti come parametri di giudizio circa la correttezza e l’apprezzabilità delle azioni e dei modi di vita altrui.Quello che è sotto gli occhi di tutti è che oggi al potere non c’è il popolo, ma una nuova élite di cui non è difficile individuare i tratti distintivi di ceto: la destra operosa, innovativa, parrocchiale e reazionaria, e gli omini nuovi in parte sovrapponibili alle avanguardie e in parte espressione di quei ceti medi marginali, ma abbacinati dal potere. Questi nuovi giovani devono accettare il pensiero unico in maniera acritica e credere, presuntuosamente che, in quanto detentori del pensiero unico, le élites devono guidare un popolo ignorante e rozzo, irritante per la sua mancanza di preparazione. Se questo è un popolo… non ha nulla a che fare con il concetto di “coscienza di classe” sulla base della quale, alla fine degli anni 60, la classe operaia comunista era considerata capace di fare le scelte migliori per la società tutta. Quello attuale è pur sempre un popolo che esprime un malessere, che coglie delle contraddizioni che sono reali e drammatiche, nella narrazione bucolica del pensiero unico che vede nel neoliberismo e nei suoi diktat “il migliore dei mondi possibili”.
Gigino Adriano Pellegrini