Il diario di Pietruzzo 58

ALMASRI: MELONI PRENDE IN GIRO GLI ITALIANI

“Non sono ricattabile”, il solito ritornello di Giorgia Meloni. Lo ha fatto con Berlusconi, lo ripete di continuo da quando è a Palazzo Chigi, lo ha detto al Procuratore Francesco Lo Voi che le ha notificato un esposto dell’avvocato Luigi Li Gotti sulla scarcerazione del capo della polizia giudiziaria libica Almasri sul quale pende una richiesta di arresto della Corte Penale Internazionale perché torturatore. Ma la Premier, checché ne dica, è invece ricattabile. Come dimostrano la permanenza al governo del sottosegretario Delmastro e della ministra Santanchè, nonostante siano stati rinviati a giudizio e nonostante le tante richieste di dimissioni che chiedeva a raffica quando era all’opposizione per fatti meno gravi. E veniamo al caso del torturatore libico sul quale il Governo, per evitare ritorsioni, ha inanellato una serie di errori “voluti” e “calcolati” per riportarlo in fretta a Tripoli e “fermare” così le partenze per l’Italia di profughi che non a caso, in concomitanza con l’arresto, sono ripresi. Più ricatto di così! Sarebbe stato sufficiente – anche se non edificante – che la Premier avesse spiegato agli italiani il “vero” motivo della “liberazione” del generale libico: per realpolitik, la stessa che l’ha portata a “fare affari” in Arabia Saudita con Mohammad bin Salman, che per tanti anni aveva duramente criticato dall’opposizione. Invece no. Furbescamente la “Statista” della Garbatella ha avuto una reazione trumpiana, uscendo dall’angolo dove l’avevano spinta i magistrati in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario e cavalcando strumentalmente la notifica per fare ancora la vittima. Solo che questa volta la ciambella è uscita senza il buco e l’inadeguatezza a fronteggiare situazioni di emergenza è venuta fuori in tutta evidenza. L’esigenza primaria era di rimandare subito Almasri in Libia per cui l’arresto chiesto dall’Aia è stato fatto cadere, il ministro Nordio non ha risposto alla Corte d’Appello di Roma che, in assenza di direttive, si è vista costretta a liberarlo. Non solo. Prima della sentenza dei giudici, un falcon dei servizi segreti era già partito da Ciampino per Torino dove il generale libico è stato fatto salire, destinazione Tripoli. E Nordio? Stava studiando le carte mentre il Ministro dell’Interno Piantedosi, d’accordo con Meloni, firmava il decreto di espulsione perché “pericoloso”. Nel frattempo, l’aereo aveva già lasciato l’Italia. A questo punto, Meloni ci mette del suo. Appare in video e, agitando il foglietto della notifica, inganna i cittadini e inasprisce la polemica con i giudici aggiungendo falsità a falsità: volutamente ignora che l’atto della Procura di Roma era “dovuto”, dipinge l’avvocato Li Gotti come un ex politico di sinistra e amico di Prodi, ma non dice invece che era stato per 30 anni un militante missino, poi iscritto ad AN e successivamente sottosegretario alla giustizia in quota a Italia dei Valori. Il tentativo, mal riuscito, è di spacciare la notifica per complotto ma qualche risultato lo ottiene: innanzitutto l’annullamento dell’informativa in Parlamento di Nordio e Piantedosi. Hai visto mai! E poi rinfocolare la polemica con la magistratura. Il disegno della Ducetta è chiaro: Crearsi un alibi qualora i giudici boccino ancora la “soluzione Albania” e poi, sull’onda del consenso che ancora mantiene, cercare di andare a elezioni anticipate e tornare vincente a Palazzo Chigi ma con gli alleati ridimensionati, nuovi ministri, ed un programma più realistico. Ma soprattutto con le Opposizioni “ancora in laboratorio”. La sua ossessione si chiama Prodi, vecchio ma vittorioso due volte su Berlusconi. E se lo riesumassero come federatore…

PdA

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