CON IL NO AL TERZO MANDATO LA POLITICA SI “APPROPRIA” DEL VOTO
Se un Presidente di Regione ha governato bene e continua a godere del consenso elettorale (ma questo vale pure per i sindaci) non si vede perché non si possa ripresentare per un nuovo mandato e sottoporsi al giudizio dei cittadini che decideranno, loro, se confermarlo o bocciarlo.
In democrazia deve essere il voto a decidere e non i partiti che rispondono ad altre “logiche”, non sempre encomiabili.
E’ il caso di Zaia in Veneto, di fatto al suo terzo mandato, o di De Luca in Campania, che ha fatto varare una legge regionale ad hoc ma impugnata dal governo che lo vuole mandare a casa. I due casi però sono differenti.
La Lega sostiene, apparentemente compatta, le aspirazioni di Zaia ma ora deve fare i conti con il partito della Premier che con il 37 per cento alle europee ha triplicato i voti del Carroccio (13%) e che non governa in nessuna regione del Nord.
La dirigenza del PD invece, impegnata nella guerra contro i cacicchi attaccati alle poltrone, non vuole riconfermare De Luca che per la Schlein impersona proprio il vecchio politico, padrone delle clientele.
Ma tutto questo è rispettoso della volontà degli elettori? Si dirà che si vuole evitare nei Presidenti di Regione una eccessiva concentrazione di potere per troppo tempo. Francamente, sembra una ipocrisia. Perché a mitigare la formazione di eventuali potentati locali ci sono i consigli regionali, gli organismi di controllo, i giudici, la Corte dei Conti e soprattutto gli elettori.
E’ vero invece che dall’inizio della cosiddetta seconda Repubblica la politica punta a “riappropriarsi” del voto e a decidere, essa e non i cittadini, chi deve essere eletto: a tutti i livelli. Vuoi con le liste bloccate vuoi con il limite dei due mandati.
E questo spiega in parte il crescente astensionismo. La gente che non può decidere si rassegna e diserta le urne. E cercare di fare fuori due presidenti che godono del consenso elettorale, Zaia e De Luca, può avere ripercussioni negative: Sicuramente nel PD che rischia di perdere la Campania.
Posto che c’è una legge e che va rispettata, le leggi si possono anche cambiare e la Destra, da oltre due anni, ha mostrato di non avere remore. Addirittura, piccandosi di voler riscrivere la storia pur essendo minoritaria in Parlamento e nel Paese. Ma sul no a Zaia Fratellid’Italia sembrano per ora irremovibili.
E poi verrebbe da dire: da quale pulpito viene la predica! Da un Parlamento dove alcuni suoi esponenti, spesso senza né arte né parte, vengono eletti da oltre 30 anni per cui è davvero infelice la frase del solito Maurizio Gasparri che al presidente Zaia promette che comunque “si troverà un modo di sfamarlo”. Lui che – per continuare a godere delle prebende del Palazzo – ha fatto il giro delle sette chiese della Destra: dal partito della fiamma di Almirante a Forza Italia, dove i figli di Berlusconi ancora non riescono a mandarlo in pensione. Ed è, questo, uno degli elementi di attrito con Antonio Tajani, ritengono, “troppo morbido”.
Come dar loro torto!?!
PdA