IL SILENZIO DEI QUASI INNOCENTI

Beaumont sur Mer

Nonostante tutto quello che sta succedendo nel mondo, gli italiani e la cittadinanza silenziosa continuano a sostenere il governo nazionale della Carciofara e questa Amministrazione locale, proprio con il silenzio, nella sua rovinosa progressione. A qualcuno potrebbe sembrare strano questo silenzio assenso. In realtà le motivazioni si perdono nella notte dei tempi, come si suol dire. La forza di questo governo e questa amministrazione locale è composta anche da una schiera ciarliera di Sparaballe, di giornalai che hanno dimenticato che l’adulazione e il servilismo minano profondamente la qualità della già barcollante situazione sociale.
Ancora, il silenzio degli intellettuali nazionali e locali in questo periodo fornisce un quadro che ricorda tristemente l’arroccamento nella turris eburnea della cultura ai tempi del Fascismo. Intellettuali: non dovreste avere a cuore la libertà e la ricerca della verità? Dove è finita la responsabilità civile, sociale e politica che vi sono state affidate da donne e uomini coraggiosi vissuti prima di voi, che vi hanno consegnato un Paese che credeva nel proprio futuro, che anche l’oltraggioso silenzio della maggior parte di voi sta riducendo ad una farsa da operetta?
Mentre nel Municipio di Amantea, abusivamente “ospitato” presso la Casa della Cultura della città, si “dibatte” con parole sempre più vuote di soluzioni per risollevare la città, si continua ostinatamente a ignorare le persone che soffrono. Disoccupati costretti a lavorare in nero, precari imprigionati nel limbo dei contratti a termine, pensionati che stentano ad arrivare alla fine del mese, precari schiavi delle varie cooperative, immigrati preda dello sfruttamento, giovani che non studiano e hanno abbandonato la ricerca di un lavoro stabile.
Persone, queste, che rappresentano una fetta consistente della popolazione: si tratta di una maggioranza invisibile, perché ignorata da politici e benpensanti, è silenziosa, perché incapace di riconoscere la sua forza. Bisognerebbe far luce sulle ragioni del disagio sociale che oggi paralizza questa parte della Calabria e ricostruire gli eventi che hanno condotto alla palude melmosa in cui siamo impantanati, proponendoci una nuova visione “progressista” capace di dare voce a chi da troppo tempo lavora senza ricevere nulla in cambio.
Una maggioranza invisibile, fatta da disagiati, precari, disoccupati, volontari e pensionati. Benché oggi appaiano come realtà frammentate, dovrebbero diventare i protagonisti di un progetto politico inedito, dopo aver mandato a casa gli attuali padroni del paese. Questa maggioranza invisibile era ed è ancora convinta che la legge tutela il cittadino consentendogli di agire in giudizio contro l’amministrazione inadempiente.
La legge, all’interno del sistema, in teoria dovrebbe stigmatizzare un simile comportamento della pubblica amministrazione, prevedendo dei meccanismi processuali rapidi e puntuali a difesa del cittadino. Corruzione, corrotti, corruttori. Non si parla d’altro. Ma come? Non avevamo stretto un patto col destino dopo Tangentopoli? Che mai più saremmo incorsi in simili orrori. Nulla dunque può spezzare l’aurea catena che dalle origini della patria va ai corrotti e abbraccia in sé destri e sinistri, senes, viri et iuvenes?
Siamo un popolo corrotto, corruttore e corruttibile. Nessuno escluso. Amore e odio dunque, conformismo e simpatia si mescolano nelle parole. Voi mi sconvolgete. Siete i più simpatici tra gli italiani, siete gentili pieni di energia ed allegria ma allo stesso tempo complici di questa situazione aberrante. Una visione d’insieme dovrebbe abbracciare anche i molti sintomi del saccheggio sistematico di risorse comuni praticato, in un’atmosfera d’impunità, da una cerchia corrotta e corruttrice: i “misteriosi” bilanci pubblici, i ricorrenti disastri ambientali, l’ignorare le innumerevoli richieste di chiarimento su varie faccende che riguardano tutti i cittadini, il consumo dissennato del territorio, il degrado di opere e servizi pubblici.
“Uno tristo cittadino non può male operare in una repubblica che non sia corrotta» (Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, Libro III, cap.. Un paese può considerarsi corrotto quando chi lo governa può credere gli sia lecito perseguire impunemente il “bene particulare” nello svolgimento del proprio ufficio. Che questo “bene” significhi mazzette, o essere “umani” con amici e clienti, “essere regalati” di qualche appartamento, manipolare posti nelle Asl o migliorare la propria situazione economica coi soldi pubblici, cambia dal punto di vista penale, ma non cambia nella sostanza.
Proviamo allora a immaginare l’ascesa lungo questa “scala di corruzione” fino ai piani più alti, dove “incenso e mirra” dei corruttori cedono il passo all’oro, espressione tangibile di un potere d’acquisto che si converte in esercizio arbitrario dell’autorità pubblica. “La corruzione” nel nostro sistema di governo nazionale e cittadino significa replicare e perfezionare in ogni centro di potere gli ingredienti base della corruzione sistemica.
Per vedere tutta la virtù di Mosè, diceva Niccolò Machiavelli, “è necessaria tutta la miseria di Israele.” Più prosaicamente, si coglie in questo quadro la piena sintonia con quel grumo di interessi opachi che accomuna ampi e trasversali segmenti della nostra classe dirigente verso un obiettivo condiviso: estendere il proprio invisibile dominio cleptocratico, rendendo più efficiente e sicura l’appropriazione congiunta della smisurata rendita della corruzione.
Gigino A Pellegrini

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