“Quando un velo sottile ghiaccerà
quel vetro, anche il mio cuore
diventerà più freddo,
e l’ unica fiamma che mi scaldava,
si spegnerà senza il respiro
delle mie illusioni.” Antonio Scalas.
Man mano che passano gli anni diventa sempre più difficoltoso, per la mia struttura cerebrale, mettere insieme i particolari della vita personale passata. Questo processo involutivo, oltre a rubare furtivamente i ricordi a cui sono più affezionato, sembra diminuire anche la capacità di immaginazione.
A mezzanotte un uomo mi spiava maldestramente da dietro una macchina parcheggiata sulla piazzetta. Per un breve istante, con tristezza ed imbarazzo, lo ho osservato. Sono uscito di casa per fare una passeggiata per le antiche strade di Roma con la speranza che la bellezza delle facciate dei palazzi portasse un po’ di oblio sulle misere e umilianti vicende umane.
Mi sono inerpicato per una scala e su per una stradina! Una lunga strada moderna, stretta fra due muri, fatta proprio apposta per le rapine. Ma la strada saliva solo ad una chiesa dove non avevo nulla da fare. Percorsi un’altra strada. Vidi un giardino di peschi in fiore e una panchina.
Ho chiuso gli occhi e mi è sembrato di sentire un gigante che russava. Respiri regolari, sordi, che di tanto in tanto salivano di tono e terminavano in un affanno. Era il Mare di Ulisse, che si muoveva con il vento da sud-est. Lo scirocco. Era una vista meravigliosa. Il mare sotto di me, così vicino che avrei quasi potuto gettarci dentro la cenere della mia sigaretta.
La luna ardeva sopra l’orizzonte a sud. A nord-ovest si vedeva una piccola luce lontana che lampeggiava con lo stesso ritmo regolare del respiro delle acque. Poi giacevo di nuovo, vidi la costa agitata, simile ad un fiume di argento liquido venirmi incontro…. e mi lasciavo portar via.
Il vento cresceva e le onde salivano; diventavano altissime e si coprivano a vicenda, e come mostri neri con il vello d’argento sulla schiena si inseguivano l’un l’altra, si inghiottivano e tornavano a salire; venivano a schiere, sempre nuove, in una serie infinita che non terminava mai. Il respiro si trasformava in un rantolo e i singhiozzi diventavano lacrime.
Poi ad oriente iniziò ad albeggiare! Un debole colore arancio che poco a poco diventava giallo limone. Le luci si spegnevano. Le onde si facevano azzurre e infine ecco il sole. Ero di fronte all’Ulisse, qualcosa si frapponeva alla vista, non permetteva più al mio sguardo di spaziare e illuminare i miei pensieri. Per l’occhio, che stava per alzarsi da queste parole, è diventato solo il fondo del mio piano-doccia.
Ero stanco. Stanco di guardare nel vuoto, nel nulla, e allora l’immaginazione gettò qua e là nell’azzurro qualche isola verdeggiante. Sentivo un terribile vuoto nel guardare fuori.
Gigino Adriano Pellegrini