L’INGUARIBILE

Calgary -“Pare che questa generazione geneticamente genìa ma non geniàle… siano tutti molto egoisti ingrati e… non so che altro. Per nostra fortuna possiamo parlare coi libri e qualcuno di noi riesce anche a scriverli.” Velio Baldassarre
Proverò a raccontare la strana storia di un uomo maldestro che soffriva e soffre di una rara malattia genetica autosomica chiamata la “Sindrome di De Clerambault” in psichiatria è un tipo di disturbo delirante in cui il paziente ha la convinzione infondata e ossessiva che un’altra persona provi sentimenti amorosi nei suoi confronti. Si può definire come delirio del desiderio d’amore e una parola chiave è proprio delirio, in quanto la realtà viene riletta attraverso il proprio mondo interno in maniera esclusivamente soggettiva e non condivisibile.
Una delle sfortunate conseguenze di questa sindrome è stata la successiva comparsa deformata dell’individuo, che potrebbe portare G, questo il suo nome, ad una netta sensazione di isolamento. Nei casi più gravi questi soggetti rivolgono il loro amore nei confronti di personaggi famosi. Possiamo ritrovare un esempio eclatante in Zhanna, nel film “La casa dei matti”, una ragazza schizofrenica perdutamente innamorata del cantante Bryan Adams. 
G alla ricerca di una soluzione, concepì un progetto che contemplava un viaggio che gli avrebbe fatto attraversare l’Atlantico e il Pacifico, al fine di costituire un gruppo di sostegno e contribuire a riunire e sensibilizzare scienziati, medici e malati d’Amore come lui. Durante il viaggio su di una nave mercantile, G ebbe modo di riflettere sull’influenza della malattia sulla propria persona e sulle persone a lui care. “Potrei far fronte ad essa sapendo di essere solo io a soffrirne”, ma rendersi conto che senza volerlo la stessa stava avendo degli effetti negativi anche su altre persone, lo rendeva ancora più triste.
Ad ognuno di noi è capitato di avere un amore non corrisposto e di riporre tutte le nostre speranze in qualcuno che palesemente ci rifiutava. È capitato a molti di noi di avere quell’amico che ci sbatteva in faccia la realtà facendoci notare che l’oggetto dei nostri desideri non ci guardava neanche, consigliandoci schiettamente di cambiare strada, mentre noi ostinati e ignorando ogni sorta di consiglio, siamo andati avanti come dei muli, fino a schiantarci inevitabilmente contro il muro.
Questo accade perché intimamente ci sentiamo onnipotenti, crediamo che con il nostro fascino riusciremo sicuramente a far cascare ai nostri piedi la persona dei nostri desideri, ricoprendo sulle nostre capacità un valore che nei fatti non c’è, dimenticandoci spesso che non è il nostro charme a colpire.

In mancanza di una cura, G decise di aver fiducia in un nuovo trattamento: ‘la terapia fotodinamica’, in grado, così si diceva in giro, di ostacolare l’oblio a cui questa sua sindrome lo avrebbe portato come ultimo approdo. In realtà la terapia era nata per far fronte all’aspetto verrucoso, con superficie desquamante e margini arrossati della pelle, ma gli era stato detto da varie fonti, che altre applicazioni erano possibili per far fronte alla strana malattia che lo assillava.
G, svegliatosi una mattina molto presto nella propria piccola cabina del mercantile che l’aveva preso a bordo, uscito sul ponte della nave, si trovò davanti ad una rosa di Natale senza nessun biglietto d’accompagnamento. G non desiderava una rosa a Natale più di quanto potesse desiderare la neve a maggio. Aveva invece, una predilezione per l’uso intensivo di modelli retorici, il costante ricorso a parallelismi e comparazioni, come strumenti d’indagine e l’impiego di tali artifici stilistici e semantici quali mezzi espressivi. Ciò assunse una funzione critica: “smascherare” l’utilizzo convenzionale di tali caratteristiche formali in stridente contrasto con le forme di espressione dei “veri sentimenti”.
Una volta compresa la sincera natura del sentimento del nobile G , una donna avrebbe potuto metterlo alla prova con un decennio di eremitaggio, alla fine del quale, se il proponimento fosse rimasto immutato, a G sarebbe stato consentito di amare, una volta curato dalla strana sua malattia.
Se G avesse scritto della bellezza degli occhi di una donna, e cantare con nuovi versi tutte le sue grazie, il futuro si sarebbe pronunciato dicendo che G poeta mente, perché mai un volto ebbe tali sembianze sulla terra. “Ama chi ti ama, non amare chi ti sfugge. Ama quel cuore che per te si strugge”. Questa citazione è molto spesso attribuita a William Shakespeare, ma si tratta di una semplice spiritosaggine di un autore sconosciuto. Tuttavia nell’opera del grande drammaturgo inglese “Le allegre comari di Windsor”, esiste una frase molto simile citata da Shakespeare come adagio: “L’amore fugge come un’ombra l’amore reale che l’insegue, inseguendo chi lo fugge, fuggendo chi l’insegue”
Niente di surreale, niente di inventato dagli animi vaganti di poeti d’altri tempi. Amare G o odiarlo, entrambi sarebbero a suo favore. Se lo si amerà, sarà per sempre nel cuore di lei; se lo si odierà, sarà sempre nella sua mente. G avrà sempre un cuore che si agita in petto, che sembra scalpitare ed uscire fuori dalle poche parole scritte su un papiro d’altri tempi, e a distanza di secoli batterà ancora come se un unico sentimento, una comunanza viscerale di sensazioni, tenesse legato tutto il genere umano, poeti e meno poeti.
Lo strano sentimento amoroso e i suoi sintomi, sarà sempre lo stesso. Qualcosa di crudo, reale, che si radica nei sensi e non ha niente di trascendente: fuoco che brucia sotto la pelle, orecchie che ronzano, fronte bagnata di sudore e pallore improvviso.
Gigino Adriano Pellegrini

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