SENZA PIU’ PAROLE

Calgary – Erich Fromm  in un suo lavoro specificamente dedicato al tema della libertà, ha posto l’accento critico su un determinante effetto collaterale insito nel processo di emancipazione umana, in Fuga dalla Libertà ha tenuto a sottolineare:
“Ci sono voluti quattrocento anni per abbattere il mondo medioevale e per liberare gli individui dalle costrizioni più evidenti. Ma benché sotto molti aspetti l’individuo sia cresciuto, si sia sviluppato mentalmente ed emotivamente, e condivida le conquiste della civiltà in misura mai sognata prima, anche lo sfasamento tra la «libertà da» e la «libertà di» è aumentato. Il risultato di questa sproporzione tra la libertà “da” qualsiasi vincolo e la mancanza di possibilità di realizzazione positiva della libertà e dell’individualità ha portato, in Europa, ad una fuga allarmata dalla libertà verso nuovi vincoli o almeno verso la completa indifferenza.”
Marx riteneva che gli esseri umani possano raggiungere la libertà se scoprono il mondo del loro spirito nel risultato finale delle loro attività produttive. Per lui, le attività produttive diventano libere solo se gli esseri umani possono scoprire la loro coscienza libera e creativa nei prodotti che hanno realizzato.
La maggior parte delle persone riconosce l’assurdità del Capitalismo, e le critiche al sistema esistente sono sempre più evidenti, perché il conflitto ideologico non è più tra coloro che difendono il capitalismo e coloro che lo rifiutano, ma piuttosto tra speranza e rassegnazione.
Da una posizione anticapitalistica, il compito non è forse tanto convincere gli altri che il capitalismo è distruttivo, quanto piuttosto rafforzare la convinzione nella possibilità effettiva di organizzare la vita condivisa in un modo completamente diverso e migliore.
Nel capitalismo, le attività economiche di una collettività sono organizzate secondo un unico principio: il profitto. La maggior parte delle decisioni su cosa e quanto produrre, chi dovrebbe produrlo, dove e come dovrebbe essere prodotto e chi dovrebbe ricevere i frutti della produzione sono lasciate ad attori privati ​​che cercano il profitto. Bisognerebbe trovare un modo e dare il via ad un processo decisionale democratico su come dovrebbero essere organizzate le nostre attività e risorse condivise.
Gli esseri umani sono esseri sociali nella misura in cui vivono in gruppo e dipendono gli uni dagli altri per la loro sopravvivenza, e sono esseri naturali nella misura in cui dipendono da un ecosistema che non appartiene a nessuno e quindi a tutti.
Mentre, in questa nostra realtà, è il tempo della trasformazione del mondo a pura risorsa da sfruttare senza limite alcuno. In questo senso la nostra depressione rivela la verità sulla vita stessa del mondo occidentale di cui noi facciamo parte. Ahinoi!
E, normale ed umano essere di tanto in tanto insoddisfatti. Il problema, però, è quando questo stato di tristezza e malcontento diventa perenne, impedendo alla persona che lo prova di sentirsi felice, esser grati per ciò che si ha o l’eterna mancanza di qualcosa per essere davvero soddisfatti.
E quando ci si sente così insoddisfatti, con un vuoto perenne difficile (quasi impossibile) da colmare non c’è aspetto positivo della vita che tenga. Possiamo avere la miglior macchina, una bella casa, sentirci bene fisicamente, eppure non saremo mai in grado di apprezzare tutto quello che abbiamo.
La vita odierna la trovo spossata, afflitta da una stanchezza reattiva al richiamo dell’iper-edonismo che, è meglio ricordarlo, produce anche la precarietà sociale ed economica che è il vero volto del Mezzogiorno d’Italia sotto la maschera della sua giostra maniacale.
Qualche tempo fa ho trascorso qualche giorno con Pasc cacciando coi guerrieri di Sitting Bull, nelle foreste dell’Ovest canadese, ma pian piano la nostalgia di una vita più movimentata fece capolino. Ci si lascia alle spalle la realtà e si entra in un altro mondo, come tanti astronauti che posano i primi passi su terre desolate. Avevo sete e così mi misi a cercare una qualche sorgente d’acqua. Ne trovai una sola, fatta di pietre scure. Brutto presagio. L’acqua era buona e fresca, così mi sembrò, anche perché avevo caldo e sete.
“Se desidero un’acqua d’Europa, è la pozzanghera
“Nera e gelida, quando, nell’ora del crepuscolo,
Un bimbo malinconico abbandona, in ginocchio,
Un battello leggero come farfalla a maggio.” Rimbaud
Eppure questa ultima grande crisi, che ci attanaglia, non avrà una fine, mostra tutti i segni della gravissima patologia che affligge tutta l’Europa, insieme alla stanchezza e la disillusione delle false promesse di contentezza da parte del potere economico e politico di questa Nazione.
Qualcuno nel nostro recentissimo passato aveva già messo in luce come un megalomane avesse trasfigurato il principio freudiano di realtà nel principio di prestazione. Una nuova forma di alienazione si è rivelata non solo quella relativa allo sfruttamento della forza lavoro – secondo lo schema marxista –, ma quella di una nuova forma di oppressione della vita, costretta ad essere necessariamente produttiva, liberata dai vincoli conservatori della tradizione, ma asservita ad un nuovo padrone: la necessità dell’affermazione ad ogni costo della propria individualità.
A tale proposito mi torna in mente lo scrittore algerino Albert Camus, che rifiutava l’etichetta di filosofo esistenzialista e difendeva la libertà dell’uomo con l’espressione, unicamente finalizzata a narrare e ad analizzare con la massima sincerità la propria esperienza di uomo, che non si rassegnava né all’ipocrisia di chi fingeva e finge di ignorare i mali della vita, né alla disperazione di chi teorizzava la falsa soluzione dell’autodistruzione umana.
Ebbene, la stanchezza che affligge questa nostra amata penisola, oggi non mostra forse il limite di questo mito antropologico? Non mostra la corda del sogno narcisistico di qualcuno di adularsi in un lurido specchio , a prescindere degli interessi altrui? Facciamo due soli esempi. Il primo è quello del disagio giovanile che non si caratterizza più per il conflitto vitale tra le generazioni, ma per uno spegnimento del sentimento della vita.
Al centro non è più il disagio tra la giovinezza che avanza le sue esigenze di trasformazione del mondo e l’ordine granitico dell’esistente, ma il disagio di una vita spenta, stanca, lontana dal desiderio.
I sintomi attuali degli adolescenti che si rivolgono sempre più spesso al Centro di salute mentale, (violenza, alcoolismo, tossicomanie, dipendenza dall’oggetto tecnologico, anoressia, bulimia, isolamento, ecc.) hanno questa radice in comune: non scaturiscono più dalla dissonanza tra il desiderio e la realtà, ma da una specie di affaticamento del desiderio stesso.
L’affaticamento mostra il filo conduttore del sogno narcisistico di diventare padroni di noi stessi, di realizzare la nostra persona. Un sogno che si è infranto su di uno specchio, il giorno che siamo stati svegliati da qualcosa che ci ha costretti a vedere una realtà che falsamente abbiamo realizzato per conto terzi e che dobbiamo provare a leggere nel tentativo di non esserne annientati.
È pressoché impossibile disegnare uno scenario futuro univoco. Tante, troppe, sono le variabili culturali e sociali capaci di incidere su uno sviluppo di cui la tecnologia rappresenta solo la dorsale più appariscente. Una rondine non fa primavera, né un sol giorno: così un sol giorno o poco tempo non fanno nessuno beato o felice. Bisogna, dunque, sforzarsi di tener dietro a ciascun tipo di principio in conformità con la sua natura, e impegnarsi a definirlo adeguatamente.
I principi, infatti, hanno un gran peso sugli sviluppi successivi: si ammette comunemente che il principio costituisce più che la metà del tutto, cioè che per suo mezzo diventano chiare molte delle cose che si vanno cercando di realizzare.
A noi resterà solo il sogno di una notte di mezz’estate, lungo una vita.
Agli altri nostri simili, e sono la stragrande maggioranza, resterà sempre la “Speranza”:
“Zefiro torna, e’l bel tempo rimena,
Ei fiori e l’erbe, sua dolce famiglia
E garrir Progne, e pianger Filomena,
E primavera candida e vermiglia.
Ridono i prati e’l ciel si rasserena;
Giove s’allegra di mirar sua figlia;
L’aria e l’acqua, e la terra e d’amor piena;
Ogni animal d’amar si riconsiglia.” Claudio Monteverdi
Gigino A Pellegrini

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