BUONGIORNO! DOMANI

Edmonton- “Riordinando”, ciò che resta del mio modesto archivio mentale, e non solo, ho rintracciato una mia foto scattata in un momento in cui si pensava di far saltare gli oscillatori umani ad alta stabilità. Per tutti noi che questa illusione non avemmo quasi mai , convinti come eravamo che la libertà bisognava conquistarsela con sforzi autonomi e collettivi. Oggi scopro con qualche rammarico che il male capitale della vita sta nell’assenza di ideali e di forti passioni, di impulsi spontanei e originalmente originari.
“Vigile è il cor sul mio sdegnoso aspetto,
E qual tu il pingi, Artefice elegante,
Dal dì ch’io vidi nel mio patrio tetto
Libertà con incerte orme vagante.” U. Foscolo.
Non sapevo mai se la mia voce riuscisse a aggiungere la volta celeste. Non sapevo mai se si potesse udire l’antico urlare. Una sensualissima Susanne Slay, qualche anno prima, in una piccola stanza che si affacciava sul mitico Saskatchewan River, mi raccontava come una silhouette insieme ad un raggio di aurora boreale fecero visita ad un uomo solitario di nome Bill Meilen che di mestiere faceva l’attore, e raccontava ai passanti che il Bardo, a suo tempo, abbia recitato per tutta la sua vita lavorativa, a differenza di Ben Johnson. Bill diceva anche che Shakespeare era specializzato in ruoli discreti ma poco impegnativi. La parte a cui viene più comunemente associato è quella dello Spettro dell’Amleto.
Ecco come sono popolate le mie notti. Una voce si intromise e con fare suadente iniziò la sua storia: C’era una volta un uccello con due teste e un corpo: quella di destra era vorace e abilissima nella ricerca di cibo, mentre quella di sinistra, altrettanto ghiotta, era maldestra. La testa di destra riusciva sempre a nutrirsi a sazietà, mentre quella di sinistra era incessantemente tormentata dalla fame. E così un giorno la testa sinistra disse alla destra: “Conosco qui vicino, un’erba squisita di cui ti delizieresti: vieni, ti conduco dove cresce. “In realtà sapeva che quell’erba era velenosa, ma voleva con questo stratagemma uccidere l’altra testa, per poter mangiare a piacimento. La testa di destra mangiò l’erba, e il veleno uccise, non solo la testa ma anche l’uccello dalle due teste.
Ma quale tipo di democrazia sarà questa tanta osannata democrazia virtuale futura? Quello che si intravvede è una democrazia virtuale che sta per rivelarsi in tutta la sua pericolosa illusione e che nasconde un nuovo e tecnologico totalitarismo? Il momento attuale ci pone di fronte a un paradosso. I primi quindici anni di questo secolo sono stati un periodo di progressi sorprendenti nel settore delle comunicazioni e delle tecnologie dell’informazione, tra cui la digitalizzazione, piattaforme video accessibili, smartphone, l’accesso a Internet per milioni di persone e molto altro.
Questi cambiamenti dovrebbero essere indice di un processo di crescita, sia dell’individuo sia delle collettività, e sull’incremento della stima di sé, e dell’autodeterminazione, e dovrebbero far emergere risorse latenti che avrebbero potuto portare l’individuo ad appropriarsi consapevolmente del suo potenziale.
Eppure, nonostante questi mutamenti, nel mondo occidentale, la democrazia – un sistema politico basato sul concetto di empowerment degli individui – è in questi anni diventata paludosa. Le nazioni “liberal-democratiche” oggi non sono di più di quelle che erano all’inizio del secolo. Gli autocrati hanno, in modo significativo incrementato il monitoraggio, vincolando, e persino bloccando le cosiddette tecnologie che dovevano essere di “liberazione”.
A me non sembra vero che la tecnologia digitale abbia disarticolato la gerarchia di potere e la sua concentrazione. I media restano fortemente oligopolistici, intrecciati con le élite che detengono l’autorità politica e il loro ruolo di intermediazione è ancora potentissimo.
Da una analisi amatoriale sui siti politici, emerge la persistenza di un modello di comunicazione verticale ed unidirezionale, che nei siti istituzionali si affianca ad una limitata utilizzazione delle potenzialità della rete per fornire servizi effettivi ai cittadini.
Insomma, quello della socializzazione democratica del potere comunicativo attraverso la nuova tecnologia è nulla più di un mito accuratamente coltivato da chi attraverso una selezione dell’agenda pubblica – dove il silenzio su ciò che non si dice conta più di quello che si dice – riproduce un’egemonia ferrea sulle masse.
Al facile ottimismo che in varie forme si era manifestato nelle affermazioni dei teorici della democrazia elettronica, si oppone una fitta schiera di critici le cui argomentazioni non sono prive di rilievo. Infatti la democrazia telematica, facendo a meno degli istituti della mediazione e della rappresentanza politica, potrebbe dare luogo ad un rapporto diretto tra governante e governato.
La partecipazione popolare si ridurrebbe così ad una sorta di sondaggio elettronico. In parte lo è già oggi. Se poi si pensa alla grande influenza che mezzi di comunicazione hanno nella determinazione della opinione pubblica, ci rendiamo conto che la destabilizzazione dell’equilibrio tra forme e istituzioni della politica può far emergere la parte dormiente della stessa democrazia, indirizzandola verso forme pericolose di “tecno-populismo”.
Dalla democrazia diretta si passerebbe alla democrazia plebiscitaria, che è l’anticamera della tirannide. A volte, si possono avere idee così sbagliate che solo delle persone modestamente intelligenti possono ritenerle valide. E così si arrivebbe alla grande concentrazione di potere nelle mani di un solo individuo, che è propria del cesarismo, nonché il carattere plebiscitario del conferimento della delega (nella forma pura l’acclamazione sostituirà l’elezione del rappresentante), il cesarismo diventa nient’altro che una forma di difesa della stessa “democrazia moderna” che si vede in pericolo e attua questa forma di tirannide moderna.
Noi, ovvero tutti i cittadini in generale, saremmo fuori dalla politica e fuori dai circuiti decisionali ufficiali. Quel che succederà a Roma non ci riguarderà più, come noi tutti diventeremo essenzialmente solo spettatori (in parte lo siamo già) di un agire che succede davanti ai nostri occhi, sui media, ma senza di noi.
Gigino A Pellegrini

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