OCCASIONE MANCATA

Beaumont sur Mer

Nel tempo, la mancanza di velocità di pensiero e memoria finisce per farci sentire smarriti, specialmente per chi ha superato i cinquanta e si guarda indietro, quando quelle capacità erano molto più acuminate. Una ragione in più per stare lontani dall’asporto e cucinare a casa.
Quando non riusciamo a capire come mai siamo finiti a esercitare certe mansioni, sembra giungere inaspettata la sensazione di essere alla deriva. Invece di pianificare il nostro futuro, ci siamo lasciati andare lungo la corrente su di un “Battello ebbro” come quello che Rimbaud scriveva all’età di 17 anni:
“Dentro lo sciabordare aspro delle maree,
L’altro inverno, più sordo di una mente infantile,
Io corsi! E le Penisole strappate dagli ormeggi
Non subirono mai sconquasso più trionfante”.
Quando non riusciamo a capire come mai siamo finiti a fare il lavoro che facciamo, sopraggiunge la sensazione di essere alla deriva. Sembra che invece che pianificare la nostra carriera, ci siamo lasciati andare lungo la corrente. O forse avevamo un piano, ma una scarsa capacità di portare a termine le cose e/o alcuni colpi duri della vita l’hanno cambiato, e così ci siamo lasciati andare. La verità è che molti di noi si sono trovati in qualche modo alla deriva, qualsiasi cosa stessimo facendo. E solo pochi hanno pianificato ogni passo e sono stati in grado di procedere intoccati dal caos della vita per arrivare esattamente dove volevano.
Ogni cultura, ovunque nel mondo, ha sviluppato e sviluppa strategie di gruppo per alterare, ogni tanto, la propria coscienza, specialmente quella legata alla monotonia della vita quotidiana. Ecco che nascono, riti, cerimonie, l’arte, l’immaginazione, la fantasia, e molte altre situazioni definibili, in senso lato, divertimento, in cui lo sguardo umano guarda altrove rispetto alla consuetudine.
Come esseri umani siamo l’unica specie consapevole della nostra esistenza, e questo ci permette di ragionare su noi stessi, portandoci a due tipi di conseguenze. Queste si collocano ai poli di un persistente pensiero che va dall’essere terrorizzati per il fatto che tutti dobbiamo morire e che può accadere da un momento all’altro, al cercare di vivere la vita nel miglior modo possibile perché è l’unica che abbiamo.
E’ sempre utile ricordare che la realtà è anche data da come noi, in parte, la costruiamo, dai pensieri che produciamo e dal valore che decidiamo di attribuirvi. Se qualcuno dovesse decidere “ho un vestito schifoso e mi si vedrà la pancia” oppure “nessuno mi valorizza sul lavoro” diventa prioritario su tutto il resto, il momento che vive sarà colorato da quel pensiero che tenderà ad assumere valore di realtà e non di interpretazione personale della realtà. Come una nebbia che rende difficoltoso orientarsi, che mitiga tutto, che non si capisce dove comincia e dove finisce.
Una sensazione che straniva e annientava negli anni sessanta, che rendeva difficile muoversi perché era difficile capire dove si stava andando, una sensazione che bloccava perché portava l’uomo ad avere la strana sensazione che bisognava creare una soluzione da adottare. In generale l’intenzione era di intaccare, riformandolo o abbattendolo affatto, un complesso di realtà che veniva riconosciuto come sistema. Questo impediva, distorceva o falsificava delle legittime aspirazioni popolari all’equità, alla giustizia, alla democrazia. Un po’ come l’Adolfo dell’”Orlando Furioso” mi ritrovai in Nord America nel bel mezzo della nascita di due distinti filoni afroamericano e universitario, uno avverso a un sistema culturale sempre più intrecciato alle esigenze politiche e economiche dei vertici del paese, l’altro al sistema di segregazione razziale che datava agli ultimi decenni dell’Ottocento.
In quegli anni mi riconobbi subito nel movimento degli hippies, definizione derivata dal nome del “partito” che era stato fondato, lo Youth International Party, ma che in realtà rappresentava un gioco di parole: gli hippies erano e si presentavano come particolarmente politicizzati, militanti e rivoluzionari. I leader, Jerry Rubin e Abbie Hoffman, si ritrovavano a capo del movimento che era cresciuto soprattutto nel 1967, l’anno degli hippies e della Summer of Love. Lo stesso anno, in aprile, sbarcai ad Halifax, città canadese sull’Atlantico, dove ad accogliermi c’era la canzone scritta da Pete Seeger: “ Turn, turn, turn!
Gigino A Pellegrini

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