Quisquilie e Pinzillacchere ma… non solo 35

DESTRA…NERVOSETTA

Incredibile ma vero. Hanno una maggioranza certa – anche se non coesa – e il gradimento della gente, almeno nei sondaggi. Eppure nella Destra di Giorgia e Ignazio Benito serpeggia da tempo un certo nervosismo. Quello che in trenta anni non aveva mai scalfito il Centrodestra di Berlusconi.
Sembra che abbiano paura di perdere tutto, che da un giorno all’altro vengano ricacciati nelle “catacombe” di Colle Oppio. In fondo, se si guarda ai curricula dei zelanti servitori della Premier – che fino al settembre 2022 – non erano nessuno, si capisce il perché non siano tranquilli. La Ducetta per prima, anche se ostenta una falsa sicurezza, propria di chi teme di cadere da un piedistallo oggettivamente fragile.
Chi temere? Innanzitutto, gli uomini del suo Partito non all’altezza di affiancarla in un ruolo per cui non erano – e non era – preparata. E poi le loro continue gaffe e le contraddizioni della stessa Presidente del Consiglio alle prese tra riforme e scandali.
Sulla vicenda Toti si prende del tempo mentre Daniela Santanchè resta ministro, Andrea Delmastro non lascia il posto e a Vittorio Sgarbi viene assicurato un salvacondotto europeo. Tanto per fare gli esempi più eclatanti.
Ma il tallone d’Achille di Giorgia continua ad essere il premierato. Una riforma inusitatamente “targata” governo, da lei imposta agli Alleati che, in contropartita hanno chiesto l’Autonomia differenziata e la Giustizia. Mentre l’Esecutivo ne dovrebbe restare fuori. E qui assistiamo ad un vero festival di bugie. “La mia disponibilità al dialogo non è stata colta. Allora si esprima il Parlamento”, dice Giorgia.
Evidentemente il dialogo immaginato dalla Ducetta è: Decido io e, se non vi va bene, la parola passerà alle Camere. Guarda caso, con una maggioranza schiacciante e “supina” ai suoi…ordini.
Non a caso il Capo dello Stato, pur sottraendosi allo scontro, ricorda che “la Costituzione riguarda tutti” e ammonisce a non abbandonarsi a “microrevisioni”, a riforme a macchia di leopardo a seconda degli interessi di parte e del momento.
Proprio il premierato, “la madre di tutte le riforme”, per usare un concetto più volte espresso dalla Meloni, non dovrebbe essere divisivo e richiede quindi che le parti si siedano ad un tavolo dal quale non alzarsi senza aver trovato prima un punto d’incontro. Così nasce una riforma voluta dal Parlamento e non dalla Premier.
Ma Giorgia no. Rifiuta ideologicamente l’arte della mediazione. Agli avversari non concede nulla e, poiché sa che il “suo” premierato non otterrà il quorum, butta le mani in avanti e annuncia un referendum che sarà “divisivo come quello che nel 1946 vide vincere la Repubblica sulla monarchia”.
E qui emerge la “vera” Meloni, arrogante, volitiva, autoritaria, un po’ ducetta, e affatto sincera quando ripete la “litania” che resterebbero inalterati i poteri “fondamentali” del Capo dello Stato..
Ma così non è. Proprio quel “fondamentali” sbugiarda la tesi di Giorgia che ha un altro disegno: stravolgere con poche riforme, significative ma mirate, l’impianto della Carta che ha le sue radici nell’antifascismo. E’ questo che l’erede di Giorgio Almirante non vuole. Riscrivere invece un’altra Costituzione. E il premierato è il suo cavallo di Troia.

PdA

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