Ben più di una forma di scrittura utilizzata in maniera continuativa dagli Egizi fino alla fine del IV secolo d.C., i geroglifici hanno da sempre esercitato un grande fascino, sollevando interrogativi e stimolando fantasiose suggestioni molto oltre i confini della valle del Nilo e il tramonto della civiltà dei faraoni. Segni destinati alla comunicazione, hanno assunto poco a poco i contorni del mito per incarnare il paradigma di una scrittura deputata a nascondere segreti ineffabili, al punto che non sarebbe bastato Champollion a spezzare l’incantesimo che ancora oggi ci rapisce di fronte all’Egitto e ai suoi misteri.
Gli Hieroglyphica del filosofo greco Orapollo, un’opera che da sola esemplifica la storia di queste fantasticherie mediterranee, sarà il filo conduttore di un viaggio che ci porterà dalle sponde del Nilo a quelle del Tevere, passando per Costantinopoli. Il trattato, scritto come si ritiene nel momento in cui geroglifici stavano cadendo in disuso, offre una testimonianza del fascino esercitato sui Greci da questa antica scrittura. Rinvenuto su un’isola delle Cicladi nel 1419, e portato in Italia, questo testo avrebbe alimentato una vera e propria “geroglificofilia” di cui Roma sarebbe stata a lungo l’epicentro grazie ai suoi monumenti egizi. Ma c’è da chiedersi se quest’opera, peraltro l’unica sui geroglifici giunta fino a noi dall’antichità greco-romana, non rappresenti essa stessa un mito da sfatare