Il diario di Pietruzzo 52.

CHE PENA IL GIORNALISMO DEI.. MAGGIORDOMI

Indro Montanelli e Giorgio Bocca si staranno rivoltando nella tomba nel vedere dove è scivolata oggi una professione alla quale hanno dedicato, con successo, tutta la vita. Non hanno mai fatto mistero delle loro idee ma, come tanti colleghi magari più nell’ombra, sono stati protagonisti di un giornalismo a schiena dritta.
Montanelli non è stato mai democristiano ma era convinto che la DC – pur con tanti difetti che, peraltro, aveva puntualmente evidenziato – fosse, allora, un baluardo al comunismo e invitava a votarla, sia pure “turandosi il naso”.
Quel giornalismo oggi – per mancanza di quei Maestri ed anche per la “disinvoltura” con cui si entra nella professione – ce lo siamo dimenticati ed ha ceduto il passo all’opportunismo, al familismo e all’amichettismo.
A parte i social, che devono le loro fortune all’assenza di regole, il giornalismo dei Montanelli e dei Bocca non ha più cittadinanza e si è fatto “divorare” dai talk televisivi e da testate “apparentemente” indipendenti ma, più o meno mascherate, al servizio della politica e che generano disinteresse e confusione partorendo risse da pollaio e cronache vergognosamente di parte.
Lontani i tempi di un vecchio direttore di agenzia che così si rivolgeva ai nuovi giornalisti assunti: “Non mi interessano le vostre idee ma non fatemele scoprire nel leggere i vostri articoli”. E che dire di quell’altro direttore che, al telefono con la sorella del proprio editore, le disse: ”Signora, la prego di non chiamarmi per segnalazioni del genere”!
E il “segnalato” non era proprio una capra rivelandosi negli anni un fior di commentatore. Ma in quell’occasione non venne assunto.
Oggi abbiamo invece giornalisti, anche preparati, che dopo un breve “passaggio” come portavoce di un autorevole esponente di governo, ne diventano poi senza alcun imbarazzo l’ “house organ” dimenticando del tutto che il referente non è più il politico che si è “servito”, ma il lettore che ha il sacrosanto diritto di leggere un’informazione equilibrata che non risenta del passato politico di chi la scrive.
Ma come meravigliarsi se i primi a distinguersi nel “bacio alla pantofola” sono proprio i dirigenti nazionali di un “Ordine” che andrebbe abolito. Gli stessi che, senza battere ciglio, hanno accettato che la rituale conferenza stampa di fine anno del Presidente del Consiglio slittasse al 9 gennaio, e dopo che la Premier aveva già concesso un’intervista a tutto campo al magazine del Corriere della Sera, con un mancanza di tatto che la dice lunga sulla considerazione che la Ducetta ha per la Stampa.
Risultato? Si è parlato prevalentemente di Cecilia Sala, liberata il giorno prima, di Trump, di Musk ma Meloni non ha detto nulla sui problemi del Paese: niente sulla sanità pubblica che non funziona, sui trasporti in tilt, sul sud abbandonato, tanto per fare qualche esempio.
Ma qui entra in campo la responsabilità di chi l’ha fatta parlare per tre ore senza incalzarla sulle cose che non vanno. Chiaro che i giornalisti sono liberi di fare le domande che vogliono, anche… sulle formiche, ma non lamentiamoci poi se la Premier, già reticente di suo, non risponde a domande che nessuno si è preoccupato di farle: per incapacità professionale o perché… maggiordomi. E ce ne sono!
Ecco perché una dirigenza seria dovrebbe essere, essa stessa, un esempio e avrebbe fatto bene, dopo l’intervista a “Sette”, a rinunciare alla conferenza stampa, ringraziando la Premier per la “disponibilità” ma considerandola a quel punto del tutto inutile. Come inutile è stata!

PdA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *