CINQUANTA ANNI FA

Edmonton- “A me piace lavorare con la gente. Ho rapporti diretti ed interessanti con il dottor Poole e con il dottor Bowman. Le mie responsabilità coprono tutte le operazioni dell’astronave, quindi sono perennemente occupato. Utilizzo le mie capacità nel modo più completo; il che, io credo, è il massimo che qualsiasi entità cosciente possa mai sperare di fare”. (La mente artificiale HAL 9000 nel film di Stanley Kubrick “Odissea nello spazio” )
L’obiettivo della tecnologia dovrebbe essere quello di fornire efficienze e risolvere problemi. Invece sembra quasi che la tecnologia sia diventata un’estensione della mente, con poca o nessuna possibilità di staccare la spina. L’inclusione di tecnologie come l’intelligenza artificiale significa che spesso c’è poca o nessuna ragione per cui le persone debbano pensare, perché le risposte a tutto vengono fornite (o almeno così la gente sembra essere portata a pensare).
In definitiva, questo porta a una riduzione della creatività e delle capacità di risolvere problemi: perché risolvere un problema quando può farlo la macchina? Questo è ancora più problematico nei bambini a cui viene dato accesso alla tecnologia in tenera età: con ogni probabilità non svilupperanno le stesse competenze delle generazioni precedenti (e ad alcuni piacerebbe pensare che stiano sviluppando altre competenze, ma gli esseri umani non evolvono così rapidamente). Ci sono molte cose buone che la nuova tecnologia ha fatto per gli esseri umani, ma non si può lasciare che controlli le nostre vite. I computer dovrebbero essere solo strumenti. Forse bisognerà imparare a ridurre la nostra dipendenza da loro.
Marshall McLuhan, il filosofo canadese nel suo celebre saggio Understanding Media, sosteneva che i media non erano semplici strumenti per trasmettere informazioni, ma erano in grado di influenzare profondamente la società e la cultura in cui venivano utilizzati. Secondo McLuhan, ogni nuovo media produceva un cambiamento radicale nella percezione del mondo e nella forma in cui le persone interagivano tra loro. Per un certo numero di studiosi a noi contemporanei, la nuova tecnologia porterebbe con se una componente disumanizzante.
Alcuni di essi hanno applicato le teorie di McLuhan alla società digitale, analizzando l’impatto dei nuovi media come Facebook, Twitter e Internet in generale. In particolare, hanno esplorato come queste piattaforme abbiano cambiato il modo in cui le persone comunicano e condividono informazioni, producendo una maggiore interconnessione globale.
La tecnologia spesso induce gli esseri umani a creare identità, narrazioni e budget dando la priorità alla tecnologia. In questo modo indiretto, può verificarsi la disumanizzazione della società. La tecnologia ci seduce con l’offerta di bypassare lo sforzo umano, che è in un certo senso il punto della tecnologia in primo luogo. È così che potremmo passare da specie umana seguendo un percorso evolutivo verso una specie tecnologica. Alcuni la chiamano una proprietà emergente del nostro ambiente antropogenico inteso come un rischio derivante da attività umane potenzialmente pericolose per l’ambiente e la vita umana. 
L’effetto disumanizzante che la nuova tecnologia sta avendo sugli esseri umani non riguarda solo l’empatia e la capacità di interagire faccia a faccia. Le persone passano sempre più tempo sulle social app e si confrontano tra loro, e questa costante sensazione di sentirsi tagliati fuori si moltiplica drasticamente quando l’universo intero sembra essere a portata di mano.

Gigino Adriano Pellegrini

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