IL FAGOTTO

La storia certamente non è stata benevola con noi mancini. In un passato non molto lontano usare la sinistra per scrivere era percepito quasi come una colpa o comunque un difetto e il mancinismo era spesso contrastato e da insegnanti e genitori, male informati su questa caratteristica. Per questo gli adulti spingevano i bambini a usare la destra e questa forzatura era fonte di disagio psicologico e potenzialmente anche di conseguenze negative a livello cognitivo. Per i mancini come me, nati alla fine del secondo conflitto mondiale, furono tempi duri, in maniera particolare durante gli anni delle elementari, con una classe di maestri nati e cresciuti durante il fascismo e oltre.
Durante gli anni Sessanta, un gruppo musicale molto famoso scrisse la canzone: “He ain’t heavy, he’s my brother”
The road is long
With many a winding turn
That leads us to who knows where, who knows where
But I’m strong
Strong enough to carry him
He ain’t heavy, he’s my brother. Purtroppo, facevano parte della maggioranza ottimista del movimento di allora.
Nei primi anni novanta del secolo scorso, il filosofo Franco Lombardi (che considero mio nonno culturale) mi chiese di tradurre in italiano, dall’inglese, un saggio del premio nobel John C. Eccles, sugli emisferi del cervello. La traduzione venne poi affidata all’Accademia dei Lincei di Roma. Da quella lettura mi si aprì un mondo sui mancini. Appresi che il mancinismo può essere definito come la tendenza ad utilizzare prevalentemente la parte sinistra del corpo, in particolare la mano, per compiere una serie di attività.
Questa predisposizione è dovuta ad una dominanza emisferica, cioè la prevalenza di un emisfero del cervello rispetto all’altro. Ciò predispone all’uso prevalente di una o dell’altra parte del corpo. 
La lateralizzazione non si limita all’uso delle mani: i mancini usano maggiormente sia l’occhio che l’orecchio sinistri e l’emisfero destro del cervello.  La percentuale di mancini si stima che sia mancina una persona su 10 nel mondo. 
Alcuni amici negli anni erano convinti che il mio mancinismo fosse alla base del meritarmi l’appellativo di “signor no!” Accettai questo appellativo come un modo di esprimere il loro affetto nei miei confronti.
Non so perché ma in questo momento passano davanti a me le immagini di un vecchio film del 50 di Richard Brooks: “Crisis” con Cary Grant e José Ferrer. Il neuro- chirurgo Eugene Ferguson si sposa con Helen e parte per il Sud America in viaggio di nozze. Durante la luna di miele viene arrestato e tenuto in ostaggio da un gruppo di soldati nel pieno di un movimento insurrezionale contro il dittatore Ferrago.
L’uomo alla fine riesce a liberarsi, ma viene avvisato che il politico è gravemente affetto da un tumore al cervello e necessita di un’immediata operazione. Nel frattempo il ribelle Gonzales rapisce la moglie di Ferguson, minacciando di ucciderla se il marito compirà l’operazione. Ferguson opera Ferrago e l’operazione riesce. L’esito però viene tenuto segreto mentre il dittatore inizia il suo periodo di riabilitazione e l’opinione pubblica crede che il terribile aguzzino sia morto.
Quando il popolo invade il palazzo, però, Ferrago muore realmente per la paura e Ferguson viene ringraziato dai ribelli. La sua avventura non finisce qui, però: uscendo dal palazzo Gonzales viene ferito ed implora l’aiuto del chirurgo… Lascio il finale a quei curiosi che vogliono sapere. E’ in loro che mi riconosco. Fin da ragazzino ho sempre voluto sapere tutto o nulla. Niente compromessi. A questa mia rigida posizione passionale, la ragione è sempre stata impotente nel cercare di rispondere. Questa mia richiesta è forse all’origine della mia meridionale “malinconia”, che cerca e non trova che stupide contraddizioni e discorsi senza un senso e dunque incomprensibili, cioè senza riflessione alcuna.
Il mondo di oggi è purtroppo lo specchio di un gruppo di esseri umani mediocri e irrazionali che lo “dirigono”, probabilmente verso il nulla. Se i “creativi” che, attraverso il loro “fare” da una parte, pensano di contestare la realtà, sanno, (è auspicabile) che dall’altra, ad essa si sottopongono.
Vorrei tanto abbandonarmi all’oblio di Robert De Niro in una scena indimenticabile di “C’era una volta l’America” di Sergio Leone. De Niro che entra in una sala di fumatori d’oppio e si toglie con grande dignità quel suo cappotto sgualcito e quel cappello sfoderato, prima di sdraiarsi e perdersi nel dimenticatoio. Ciò che mi rimane addosso è l’odore di quel tessuto e del vissuto che i suoi occhi spalancati e il suo incredibile sorriso mi hanno trasmesso. Null’altro.
Gigino A Pellegrini & G el Tarik

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