Beaumont sur Mer
Una sera, mentre eravamo seduti all’interno del tepee preparando dei fagioli in scatola con dei wurstel, Mahigan ruppe finalmente il silenzio, e, nel suo inglese molto colorito, iniziò a raccontarmi una delle tante storie Cree. “ Un certo padre, desideroso che suo figlio venisse favorito dagli spiriti degli antenati, lo portò in tutti i luoghi sacri dei vari difensori; come gli spiriti aiutanti erano chiamati, e in ciascuno di questi luoghi il giovane figlio veniva lasciato per almeno tre giorni e tre notti, a digiunare e a meditare.
In questo modo il figlio mise da parte molta conoscenza e molta capacità. Ogni grande lago gli aveva rivelato i propri tesori di vita nascosti. Ogni particolare formazione collinare o montuosa aveva i suoi poteri nascosti in varie forme. Quando il giovane figlio, finalmente, sentì di avere acquisito sufficiente conoscenza e saggezza, che lo avrebbero accompagnato per tutta la vita, chiese al padre di riportarlo a casa.
Ma il padre non si riteneva per nulla soddisfatto e così decise di costruire un tepee vicino ad un ruscello di acqua limpidissima e fresca. In quel tepee, il padre ordinò al figlio di vivere in totale solitudine per un lunghissimo periodo di tempo. Quando l’uomo decise di tornare in quel luogo dove aveva lasciato il proprio figlio, all’improvviso fu sorpreso nell’udire una voce di donna insieme a quella del figlio, provenire dal tepee.
I due stavano cantando una bellissima canzone d’amore. L’anziano padre si fermò non lontano dal tepee e sentì il figlio dire: ‘Si! Verrò con te. Ho supplicato mio padre di riportarmi a casa ma non lo fece perché non si riteneva soddisfatto dalle prove che avevo superato. Durante le tantissime lune trascorse in piena solitudine in questo tepee, mi struggevo per amore e non per il potere; allora guidami tu, dolcissima donna ed io ti seguirò ovunque’.
A queste parole, visto che i due giovani non venivano fuori, il padre decise di entrare nel tepee senza essere invitato. Alzato il lembo di pelle che costituiva l’entrata al tepee, l’uomo si ritrovò al suo interno ma non vi trovò nessuno. Il tepee era vuoto. Guardando verso l’apertura conica della sommità della tenda, l’uomo vide due uccelli appollaiati sui pali incrociati. Non aveva mai visto uccelli simili a quelli in tutta la sua vita. Avevano ambedue il petto completamente rosso.
All’alba del mattino successivo, raccolte le poche pelli di volpe rossa e di procioni argentati, Mahigan ed io ci mettemmo in marcia verso Peace River dove arrivammo intorno alle 11. Durante il tragitto ci imbattemmo in una situazione non molto felice: due grossi orsi si trovavano sul nostro sentiero. Dopo un po’ decisero di andarsene. Non ho mai avuto così tanta paura nella mia vita.
L’orso, un animale che è sempre stato circondato da una nomea non degna del suo carattere. Prima di accompagnarmi alla mia Galaxy 500 nera che avevo lasciata parcheggiata in paese, Mahigan mi disse, “Tornatene in città. Ricordati che, per sua natura l’orso è un animale che rasenta la timidezza, non gli piace la vita sociale, infatti vive in branco unicamente con la femmina al momento del parto. Il suo territorio è di circa una ventina di chilometri quadrati, è – di fatto – un animale opportunista per quanto riguarda il cibo. I suoi bocconcini prediletti sono le radici, le bacche, germogli vari, qualche fungo e l’alimento che lo fa impazzire è il miele. E’ un grande ‘camminatore’ e viene chiamato plantigrado poiché si muove appoggiando tutta la pianta delle zampe”.
Queste furono le ultime parole di Mahigan, prima di andarsene. Dovetti restare nel villaggio per far ricaricare la batteria dell’auto. Ripartii il mattino seguente per tornarmene “in città”. Qualche mese più tardi, nello Hub dell’università dell’Alberta me ne stavo seduto a sorseggiare un buon caffè canadese e pensavo alle parole di Mahigan e molte persone occidentali mi apparirono afflitte da una sorta di ‘sindrome dell’orso’ : non riuscivano più a socializzare, erano spesso pigri ed introversi e questo li portava progressivamente a quella condizione psicologica chiamata solitudine.
Qualche esperto psicologo scriveva, infatti, che l’essere “orsi” poteva essere considerato come una sorta di “pharmakon” parola che racchiudeva in sé due significati: cura e veleno. L’essere orsi diventava veleno quando non era altro che una fuga, uno scappare da un mondo che si percepiva come ostile, per trovare riparo in sé stessi; in quei casi però il chiudersi avrebbe determinato proprio l’effetto contrario, in quanto, tagliando i ponti col mondo, si sarebbero tagliati i ponti anche con tutto ciò che poteva dare identità che a quel punto, anziché essere difesa, avrebbe vacillato.
Si giungeva così ad un paradosso in cui ci si ritirava dal mondo per sfuggirlo ma in quella solitudine ci si accorgeva che non si era per nulla al riparo, ma anzi si incontrava spesso la rabbia e ci si sarebbe sentiti in colpa proprio per esser rimasti soli. Tutto ciò sarebbe spesso determinato dalla carenza di significativi rapporti sociali, che portano alla progressiva mancanza di passione e all’indifferenza affettiva, caratteristiche tipiche dell’apatia, la quale si manifesterebbe in quella propensione a non voler affrontare alcuna attività in quanto ogni azione sarebbe privata del senso del piacere, che a quel punto solo il rinchiudersi in sé potrebbe sostituire.
L’essere “orsi”, e in particolar modo la solitudine che ne conseguirebbe, se da una parte potrebbe rappresentare un segnale di sofferenza, dall’altra nella giusta misura, potrebbe rappresentare un momento fondamentale dell’esistenza umana per comprendere meglio una situazione o per riprendere la propria strada smarrita.
La solitudine come un momento prezioso per poter esprimere la creatività, dove, anche se in apparenza sembrerebbe una perdita di tempo in cui non si starebbe facendo nulla, in realtà ci si ritroverebbe in una sorta di “incubazione” essenziale per poter rinascere.
In questi casi il ritirarsi come fa un orso sarebbe utile per recuperare quelle potenzialità assopite dalla routine quotidiana, dai compiti e dai ruoli che ogni giorno vengono richiesti; ci si ritirerebbe dal mondo per meglio comprenderlo, per poter avere uno sguardo nuovo sulle cose e sulle relazioni che abitano il nostro intimo, perché solo staccandosi per un momento dal mondo, sarebbe possibile guardare alla quotidianità con occhi nuovi.
Gigino A Pellegrini