
Nella vita non contano i passi che fai ma le impronte che lasci.
di Amedeo Massimo Minisini

C’è qualcosa di profondamente inquietante nel clima politico e sociale che attraversa il nostro Paese. Non è soltanto la violenza che torna ad affacciarsi nelle piazze, non è soltanto l’aggressività del confronto parlamentare, non è neppure la continua contrapposizione tra maggioranza e opposizione.È la sensazione, sempre più diffusa, che la politica abbia smarrito il senso della propria missione.Mentre nelle famiglie si fanno i conti con gli stipendi, le pensioni, le bollette, le rate dei mutui e il costo della spesa quotidiana, una parte considerevole del dibattito pubblico sembra consumarsi attorno a una domanda assai meno importante: chi riuscirà a sconfiggere Giorgia Meloni?Eppure la vera domanda dovrebbe essere un’altra: chi riuscirà a restituire fiducia agli italiani?Le piazze, il dissenso e la violenzaManifestare è un diritto costituzionale.
È una delle espressioni più importanti della democrazia, conquistata attraverso una storia che nessuno dovrebbe dimenticare.Ma esiste una differenza sostanziale tra manifestare un disagio e utilizzare quel disagio per cercare lo scontro.Gli episodi di violenza verificatisi nelle manifestazioni delle ultime settimane impongono una riflessione seria. Quando gruppi organizzati trasformano il corteo in un’occasione per aggredire gli appartenenti alle forze dell’ordine, danneggiare beni pubblici o privati e paralizzare la vita delle città, non siamo più davanti alla semplice espressione del dissenso.Siamo davanti a un comportamento che nega, nei fatti, la libertà che si pretende di difendere.Chi indossa una divisa non è il rappresentante personale di questo o quel Governo.
È un servitore dello Stato repubblicano, chiamato a garantire anche il diritto di manifestare di coloro che contestano il potere politico.Questo non significa sottrarre l’operato delle forze dell’ordine a controlli o responsabilità. Significa riconoscere un principio elementare: nessuna rivendicazione sociale, per quanto giusta, può legittimare la violenza.Sarebbe però altrettanto sbagliato confondere milioni di cittadini pacifici con chi cerca deliberatamente la provocazione.Il disagio sociale esiste, e non scompare condannando i facinorosi. Anzi, proprio per isolare chi cerca lo scontro, la politica deve ritrovare la capacità di ascoltare le ragioni di chi protesta civilmente.
La sinistra e l’ossessione per MeloniL’opposizione costituisce uno dei pilastri della democrazia parlamentare. Senza un’opposizione credibile, capace di controllare e contestare il Governo, la stessa maggioranza rischia di perdere il necessario confronto con la realtà.Ma opporsi non significa limitarsi a contestare una persona.Da troppo tempo una parte della sinistra italiana sembra aver individuato in Giorgia Meloni non semplicemente un’avversaria politica, ma il centro quasi esclusivo della propria comunicazione.Ogni dichiarazione della presidente del Consiglio diventa motivo di polemica. Ogni iniziativa viene interpretata attraverso la contrapposizione personale. Ogni difficoltà del Paese sembra trasformarsi nell’occasione per chiedere una sconfitta del Governo, più che per indicare una soluzione.Naturalmente, le opposizioni avanzano anche proposte e critiche di merito.
Sarebbe ingiusto negarlo. Ma quanto spazio trovano queste proposte rispetto alla quotidiana battaglia delle dichiarazioni?Un’opposizione che ambisca a governare dovrebbe spiegare agli italiani come intende sostenere il potere d’acquisto, garantire il funzionamento degli ospedali, riformare la giustizia, proteggere le piccole imprese e rendere possibile ai giovani costruire una famiglia.Non basta dire che il Governo sbaglia.Occorre dimostrare di saper fare meglio.Il campo largo e la corsa alla leadershipLa vicenda del cosiddetto campo largo è forse la dimostrazione più evidente delle contraddizioni dell’attuale sistema politico.Elly Schlein e Giuseppe Conte rappresentano storie politiche, culture e ambizioni differenti. È legittimo che ciascuno aspiri a guidare una coalizione alternativa alla maggioranza.
Ma un’alleanza politica non può nascere soltanto dalla necessità di sommare voti.L’accordo appena raggiunto per elaborare un programma comune e arrivare alle primarie rappresenta almeno il tentativo di dare un percorso all’opposizione. Saranno però i contenuti, e non il calendario delle riunioni, a stabilire se quella coalizione possieda davvero una visione comune del Paese.Che cosa propone il campo largo sulla politica estera, sull’energia, sul credito, sulla pressione fiscale, sulla sicurezza, sulla famiglia e sul ruolo dell’Italia in Europa?Quali sacrifici sarebbe disposto a chiedere? Quali interessi avrebbe il coraggio di contrastare?E soprattutto: la futura leadership sarà il risultato di un progetto condiviso oppure il progetto diventerà lo strumento per conquistare la leadership?Sono interrogativi legittimi, ai quali gli italiani hanno diritto di ricevere risposte.Vannacci e il limite della politica costruita sull’emozione.
Anche sull’altro versante dello schieramento politico è necessario interrogarsi.Il generale Roberto Vannacci aveva suscitato attenzione, curiosità e consenso, presentandosi come interprete di un malessere diffuso e di una protesta contro il linguaggio e le convenzioni della politica tradizionale.Ma l’effetto novità, da solo, raramente diventa un progetto politico duraturo.Le più recenti rilevazioni segnalano un ridimensionamento della spinta iniziale di Futuro Nazionale. Non è una sentenza definitiva sul suo futuro, ma conferma quanto sia difficile trasformare la notorietà personale in una forza politica stabile.Una cosa è suscitare emozioni. Un’altra è organizzare un partito, selezionare una classe dirigente, formulare proposte economicamente sostenibili e convincere gli elettori di possedere una visione di governo.La protesta può accendere un movimento.Soltanto la credibilità può farlo durare.
Il problema riguarda Vannacci, ma anche tutti quei movimenti che, in passato, hanno creduto di poter sostituire la complessità della politica con la forza di uno slogan.Intanto il Paese reale aspettaC’è poi l’Italia che non manifesta, che non partecipa ai dibattiti televisivi, che non frequenta le segreterie dei partiti e che spesso non crede più alle promesse elettorali.È l’Italia dei pensionati che devono aiutare i figli e i nipoti. Dei lavoratori che, pur avendo un’occupazione, faticano a raggiungere la fine del mese. Dei piccoli imprenditori che affrontano costi crescenti e difficoltà di accesso al credito.È l’Italia di chi rinuncia a curarsi per i tempi delle liste d’attesa, di chi cerca una casa senza poter affrontare un mutuo, di chi ha lavorato una vita e teme che una difficoltà economica possa cancellare quanto costruito.I numeri raccontano una realtà che non possiamo ignorare.Secondo il Rapporto annuale Istat 2026, quasi undici milioni di persone risultavano a rischio di povertà nel 2025. E secondo gli ultimi dati sull’occupazione, riferiti a settembre 2026, il tasso di disoccupazione si colloca al 6,3%, mentre quello giovanile è al 19,9%.Non sono numeri da utilizzare come armi contro un Governo. Sono persone, famiglie, storie.Sarebbe scorretto attribuire tutte queste difficoltà all’attuale Esecutivo.
Molte hanno radici lontane, attraversano governi di orientamenti differenti e derivano da trasformazioni economiche internazionali.Ma sarebbe altrettanto sbagliato considerare sufficiente qualche indicatore economico positivo per dichiarare risolti problemi che milioni di cittadini continuano a vivere quotidianamente.La politica ha il dovere di riconoscere entrambe le realtà.La responsabilità di chi governaAnche Giorgia Meloni e la sua maggioranza devono evitare una tentazione pericolosa: quella di considerare ogni critica un’aggressione politica e ogni difficoltà un’eredità ricevuta dai predecessori.Dopo quattro anni alla guida del Paese, il Governo deve essere giudicato soprattutto sui risultati.Sulla capacità di sostenere le famiglie, ridurre le disuguaglianze, modernizzare le infrastrutture, tutelare il risparmio, garantire sicurezza e assicurare servizi pubblici efficienti.La stabilità politica è importante, specialmente in un Paese che ha conosciuto governi di breve durata e maggioranze fragili.Ma la stabilità non può trasformarsi in un fine.Deve diventare lo strumento per realizzare riforme capaci di sopravvivere agli stessi governi che le hanno promosse.Per questo il confronto con l’opposizione, quando riguarda questioni fondamentali per la vita nazionale, dovrebbe essere ricercato e non sistematicamente respinto.Una maggioranza forte non ha paura delle proposte ragionevoli che provengono dai suoi avversari.E un’opposizione responsabile non considera una sconfitta votare un provvedimento utile ai cittadini soltanto perché presentato dal Governo.La lezione dimenticata di don Luigi SturzoÈ in questo scenario che ritorna attuale il pensiero di don Luigi Sturzo.
Il fondatore del Partito Popolare Italiano aveva compreso che la politica non poteva ridursi alla conquista del potere, ma doveva trovare la propria ragione nell’organizzazione della società e nella tutela della dignità della persona.La sua concezione dello Stato, delle autonomie, dei corpi intermedi, della libertà economica e della responsabilità individuale conserva un’attualità straordinaria.Sturzo non immaginava cittadini dipendenti da un potere onnipresente, né una società abbandonata alla legge del più forte.Immaginava una comunità nella quale lo Stato garantisse giustizia e libertà, senza soffocare le iniziative della società civile.Oggi abbiamo bisogno proprio di questo equilibrio.Di una politica che non trasformi il cittadino in un cliente elettorale.Di un’economia che non consideri il lavoro soltanto un costo.Di un sistema creditizio che sappia distinguere chi vive una difficoltà da chi agisce in malafede.Di una giustizia che non diventi una condanna prima della sentenza.E di una società nella quale solidarietà non significhi assistenzialismo permanente, ma possibilità concreta di recuperare dignità e autonomia.
La dottrina sociale della Chiesa, da Leone XIII fino al magistero contemporaneo, ci ricorda che il progresso economico perde significato quando dimentica l’essere umano.Ed è proprio questo il punto da cui dovrebbe ripartire la politica italiana.Quale futuro per il nostro Paese?L’Italia non è un Paese privo di risorse.Possiede capacità imprenditoriali, cultura, creatività, competenze scientifiche, patrimonio artistico, tradizioni civili e una straordinaria rete di solidarietà familiare e associativa.Ciò che sembra progressivamente indebolirsi è la fiducia nelle istituzioni e nella possibilità di costruire un futuro migliore.Non possiamo permettere che questa sfiducia diventi rassegnazione.Non possiamo lasciare alle piazze violente il monopolio dell’indignazione, ai populismi il monopolio della protesta, ai partiti tradizionali il monopolio della rappresentanza e ai mezzi di comunicazione quello della verità.Serve una nuova cultura della responsabilità.
Una cultura che chieda a chi governa di rendere conto delle proprie decisioni e a chi si oppone di presentare alternative realizzabili.Che restituisca valore alla competenza senza disprezzare la partecipazione popolare.Che riporti al centro la famiglia, il lavoro, la scuola, la sicurezza e la dignità della persona.Non abbiamo bisogno di ricostruire nostalgicamente partiti scomparsi, né di riesumare formule politiche appartenenti a un’altra stagione.Abbiamo bisogno di recuperare i valori che, in quelle esperienze, avevano saputo unire responsabilità politica e servizio alla comunità.È questa la strada che L’Idea Popolare intende indicare, senza trasformarsi nel cavallo di battaglia di qualcuno e senza cercare protezione sotto le insegne di alcuno schieramento.La nostra non è una posizione di equidistanza per convenienza.È la convinzione che il bene comune non appartenga né alla destra né alla sinistra.Appartiene ai cittadini.
E allora, mentre le piazze si agitano, i leader si contendono il primato e i partiti misurano quotidianamente i propri consensi, resta una domanda che dovrebbe togliere il sonno a tutti coloro che hanno responsabilità pubbliche:Quale Italia stiamo consegnando ai nostri figli e ai nostri nipoti?Perché il futuro di una nazione non si misura soltanto da chi vince le prossime elezioni.Si misura da quanti cittadini potranno vivere con dignità dopo quelle elezioni.E forse il vero dramma della politica italiana è tutto qui: si discute continuamente di chi dovrà governare l’Italia, ma troppo poco di quale Italia vogliamo costruire.