Punture di spillo
Sono passati appena 9 anni e la Premier oggi, pur con numeri larghi in Parlamento, affronta il Melonellum a colpi di fiducia. Solo che nel 2017 li definiva in termini molto forti: “scandaloso” e uno “schifo”. E si chiedeva dove fosse Mattarella. Praticamente lo invitava… ad intervenire. Una capriola degna del migliore funambolo! Perché?
Perché non si fida di una parte della sua coalizione e sa che la nuova legge elettorale è costituzionalmente debole, rischiando di cadere sotto la mannaia della Consulta. Due rischi che, da consumata politicante, cerca di aggirare: minacciando i parlamentari di nuova nomina di portarli ad elezioni anticipate prima del 4 aprile, quando matureranno la pensione, e cercando di votare prima che la Corte si possa pronunciare.
Sono le carte che cinicamente la Ducetta si gioca per portare a casa quello che Michele Ainis giudica un “premierato in maschera”. La “mamma di tutte le riforme” sulla quale Meloni ha puntato da quando è andata a Palazzo Chigi e che non ha avuto il coraggio di portare avanti nel timore di essere bocciata dagli italiani, com’è avvenuto con il referendum sulla giustizia.
Un primo passo per scardinare la Costituzione, con una differenza di non poco conto rispetto ai tentativi, prima di Berlusconi e poi di Renzi. Mentre il Cavaliere e il Bomba di Firenze si muovevano nell’ottica di mettere al sicuro la loro poltrona di Palazzo Chigi, l’obiettivo di Giorgia è sempre stato quello di stravolgere la Carta nata dalla Resistenza.
Il record di durata del suo governo dimostra infatti che Meloni non ha l’esigenza di un esecutivo stabile, mentre la filosofia della “sua” legge elettorale è quella di intervenire sull’architettura delineata dagli articoli 92 e 94 della Costituzione esautorando il ruolo del Capo dello Stato chiamato a ratificare una decisione già presa sulla scheda elettorale, riducendo il Parlamento ad un votificio, strangolando i dibattiti con un continuo ricorso ai voti di fiducia e annullando la funzione degli organi di garanzia che, con il “premio” elettorale al raggiungimento del 42%, verrebbero eletti dalla sola maggioranza, compreso il Presidente della Repubblica.
Per comprendere la portata di questo disegno “eversivo” occorre innanzitutto sottrarsi ad un equivoco che da anni domina il dibattito italiano sulla legislazione elettorale, a partire dalla “porcata” di Roberto Calderoli.
Le elezioni politiche non hanno il compito di decretare un vincitore ma solo la funzione costituzionale di eleggere il Parlamento mentre il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio. Solo in un successivo momento si forma una maggioranza e nasce il governo che dovrà ricevere la fiducia di Camera e Senato. E’ questo impianto costituzionale che Giorgia Meloni, erede del Movimento Sociale di Giorgio Almirante, è chiamata a dover osservare “obtorto collo” ma che non condivide e, scottata dal voto degli italiani sul referendum, vuole cambiare utilizzando la legge elettorale come grimaldello.
PdeA