Invece di buttarli, cambia Linux. E risparmia milioni.Sembra quasi una di quelle storie in cui il protagonista scopre che, prima di comprare tutto nuovo, basta cambiare software.E invece sta succedendo davvero al CERN.
Il problema riguarda circa 2.200 Front-End Computers, cioè macchine che fanno parte dei sistemi di controllo degli acceleratori. Molti di questi computer sono perfettamente funzionanti dal punto di vista hardware, ma rischiavano di diventare inutilizzabili semplicemente perché le nuove generazioni della famiglia Red Hat Enterprise Linux stanno alzando i requisiti minimi della CPU.Tradotto: non erano computer “rotti”.
Erano computer che il nuovo software avrebbe deciso di considerare troppo vecchi.E qui arriva la scelta interessante.Invece di sostituire migliaia di macchine, il CERN sta portando una parte importante dei sistemi di controllo verso Debian Linux.
Secondo la documentazione tecnica CERN, già durante lo studio della migrazione era emerso che circa metà dei sistemi risultava incompatibile con il livello di istruzioni CPU richiesto dalle nuove piattaforme della famiglia RHEL; passando a requisiti ancora più recenti, la quota avrebbe potuto salire attorno al 65%. Il costo complessivo stimato tra materiale e lavoro superava i 5 milioni di franchi svizzeri.Ed è proprio qui che Debian diventa molto più di una semplice “alternativa gratuita”.Debian consente di continuare a utilizzare hardware che funziona ancora, evitando di trasformare migliaia di computer perfettamente operativi in rifiuti elettronici soltanto per inseguire un requisito software.
Oggi il CERN conferma ufficialmente che Debian è supportato per gli Accelerator Front-End Systems, attraverso uno specifico accordo tra i gruppi ATS e IT. Sono già disponibili repository CERN per Debian 12 e Debian 13, oltre ai pacchetti necessari per integrarlo nell’infrastruttura del laboratorio.Attenzione però a un dettaglio che nei titoli rischia di andare perso: il CERN non sta semplicemente “divorziando da Red Hat” in ogni settore.RHEL continua infatti a essere utilizzato e supportato al CERN, insieme ad AlmaLinux, e l’attuale licenza accademica Red Hat del laboratorio è prevista fino al 31 maggio 2029.
Il CERN stesso raccomanda ancora RHEL in diversi scenari, per esempio quando determinati software richiedono esplicitamente un sistema operativo certificato dal produttore.La vera storia è quindi molto più interessante del semplice “Red Hat contro Debian”.È una questione di ingegneria.
Quando gestisci il più grande laboratorio di fisica delle particelle del mondo non cambi 2.200 computer perché sulla confezione del nuovo sistema operativo c’è scritto “requisiti minimi aggiornati”.Prima fai i conti.E se le macchine possono continuare a svolgere perfettamente il loro lavoro per anni, trovi un sistema operativo che permetta loro di farlo.Meno hardware buttato. Milioni risparmiati. Meno rifiuti elettronici. Più software libero.
E soprattutto una piccola lezione che vale ben oltre il CERN: “vecchio” non significa necessariamente “inutile”.A volte non è l’hardware ad essere diventato obsoleto. È il software che ha deciso di non volerlo più.
Fonte:FB