IN VIAGGIO CON PEREGO

Beaumont sur Mer –

L’amico A, certamente non ha capito, non capisce e forse mai capirà ciò che dovrebbe capire. L’estate era agli sgoccioli e non se ne sarebbe accorto senza le luci accese della strada di Beaumont sur Mer. In macchina con mio cugino Perego che portava con sé il susseguirsi delle stagioni.

Dalla sua cartella cercherà sicuramente di scaricare tutti i pesi inutili. Tenersi solo ciò che ha di leggero, utile e importante. Ottimisticamente ha lasciato tanto posto alle novità che verranno: così dovrà fare con sé stesso. Siamo partiti all’alba, con il cervello ardente, il cuore gonfio di rancore e desideri amari. Si andava docile su quelle ali d’acciaio cullando l’infinito sul finito del cielo. Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordi, in narrazione. Quando ci si siede sulla morbida erba di una foresta del nord-ovest canadese e si dice a sé stesso: “Non c’è altro da vedere”, in quel momento si sa che non è vero. Bisogna scorgere a tutti i costi quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in autunno quel che si era visto in primavera, vedere di giorno quel che si era visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva. Vedere l’ombra che non c’era. Una mattina ci si sveglia, buttandosi giù dal letto. Trascinato da una spazzola fra i capelli e una gran voglia di andare. Si riesce a scendere giù per la scala della sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembravano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà, per un’anima in pena non esiste nulla di più devastante di un futuro come si percepisce in questo momento di morte e distruzione. Il filosofo siciliano Salvatore Natoli, qualche tempo fa scrisse: “ Non mollare esige l’essere forte ma nel senso di mantenersi saldo, di durare nel tempo. La perseveranza coincide con la continuità nel bene soprattutto a fronte, contro e in mezzo alle difficoltà. È uno stabile e perpetuo permanere nel bene”Il non mollare va inteso, come vorrebbe Aristotele, non è una semplice testardaggine, ma si fonda sull’abitudine (ethos) e sull’esercizio costante della virtù orientata al bene.

Nelle parole attribuite allo stesso Aristotele, il vero sognatore è colui che si ostina a tracciare i progetti di una realtà ancora inesistente, affrontandola. In questo modo, “l’uomo che sogna è un agente attivo, non uno spettatore passivo della propria vita.”Aristotele distingue chiaramente tra l’auspicio autentico e la semplice aspettativa: il primo è orientato al bene e richiede deliberazione, coraggio e capacità di agire; la seconda può essere cieca, passiva o persino pericolosa.

Per questo, l’auspicio è “legato alla razionalità e alla virtù”, perché costituisce il motore che spinge le persone ad agire con uno scopo. In questo senso, l’auspicio è indispensabile per la costruzione del carattere. Una persona virtuosa non agisce bene solo perché deve farlo, ma perché si auspica di conseguire un bene più grande, quello di vivere con gli altri in pace.L’uomo moralmente retto è disposto verso gli altri come si comporta verso se stesso (infatti gli altri costituiscono un alter ego) allora, “come per ciascuno è desiderabile il fatto di esistere, allo stesso modo… è desiderabile l’esistenza degli altri”. Si deve avere la consapevolezza che noi stessi siamo virtuosi; una tale sensazione, inoltre, è piacevole di per sé stessa. “Si deve sentire insieme anche l’esistenza degli altri e questo avverrà vivendo insieme e condividendo ragionamenti e pensieri….

Quindi “l’individuo felice avrà bisogno di amici moralmente retti.”Nel pensiero aristotelico (in particolare nell’Etica Nicomachea), l’eccellenza e la virtù non nascono da un’ispirazione improvvisa o da una teoria astratta, ma dalla ripetizione costante di azioni corrette. La costanza e la disciplina nel compiere il bene trasformano l’atto singolo in un habitus, ossia in un modo d’essere stabile che permette all’individuo di superare le difficoltà e di vincere la lotta interiore contro i propri impulsi (connesso ai concetti di enkrateia (concetto antico di dominio di sé e di potere sui propri istinti e passioni), l’attuale autocontrollo. In questo percorso, la perseveranza è il motore silenzioso che sostiene l’azione morale nel tempo, distinguendosi dalla mera ostinazione perché orientata razionalmente al compimento della propria natura e alla realizzazione dei propri obiettivi.

Gigino Adriano Pellegrini

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