LA FORZA DELL’ABITUDINE

Beaumont sur Mer –

Assistere al lento disfacimento di sistemi su larga scala in tempo reale può essere profondamente surreale e spaventoso. Il modello dell’ipernormalizzazione offre un modo per comprendere ciò che proviamo e perché.Quando ci sentiamo impotenti di fronte a problemi più grandi, “ci rivolgiamo all’unica cosa su cui abbiamo potere, per cercare di cambiare le cose in meglio intendendo, in genere, noi stessi. Ansia e paura possono intrappolarci, portandoci a dedicare più tempo a cercare di sentirci meglio in piccoli modi personali, come l’intrattenimento e la cura di noi stessi, e meno tempo all’attivismo e all’impegno nella comunità.

Per anni, il genocidio A Gaza si svolgeva e si svolge in diretta davanti agli occhi del mondo. Per decenni, lo abbiamo documentato. L’ipocrisia che sottende il diritto internazionale e l’indignazione selettiva che caratterizza le risposte globali ai conflitti, non fanno altro che alimentare questi conflitti. Oggi, questi avvertimenti non sono più teorici: si stanno concretizzando in tempo reale in tutto il Medio Oriente, poiché i crimini di guerra normalizzati a Gaza fungono ora da modello per nuovi teatri di distruzione in Libano, in Iran e nel resto del mondo.Quello che si percepisce è la discrepanza tra la consapevolezza che i sistemi stanno fallendo, che le cose non funzionano… e il fatto che le istituzioni e le persone al potere se ne stiano semplicemente accorgendo o provocando e fingano che tutto continuerà come prima. Dare un nome a un’esperienza può essere una forma di sollievo psicologico.

La cosa peggiore al mondo è sentirsi gli unici a provare queste sensazioni, a pensare di stare impazzendo in silenzio mentre tutti gli altri negano la realtà.Questi avvenimenti hanno portato all’assuefazione (o normalizzazione delle atrocità di massa). È un fenomeno psicologico e sociale per cui l’opinione pubblica e le istituzioni perdono progressivamente la capacità di indignarsi, reagire o provare empatia di fronte a notizie continuative di massacri sistematici o crimini contro l’umanità.Questo torpore collettivo non è quasi mai un’improvvisa perdita di moralità, ma il risultato di precisi meccanismi psicologici, mediatici e politici.In mezzo allo scrolling al computer, tra meme e piatti di pasta, compaiono improvvisamente i volti ed i corpi, tutti necessariamente anonimi, di innocenti martoriati dalla guerra e dall’abuso, affamati, emaciati, sanguinanti, a volte morti. Compare l’urlo disperato di madri o di figli rimasti soli, il deflagrare di ordigni o il fischiare di proiettili o missili.

Ed è inedito il potere che possediamo a questo punto dell’esposizione cui siamo incappati: scrollando il mouse di qualche altro millimetro possiamo procedere al post successivo, dando adito all’assuefazione di cui sopra, che passa esattamente per la nostra incapacità di soffermarci in maniera diversa e curata sui contenuti, le informazioni, i testi, le immagini che ci vengono proposte e di cui ci ingozziamo. “Chi ha ucciso la sua famiglia?”Questa è la domanda posta a una sopravvissuta al genocidio ruandese dal regista Daniel Goldhagen nel suo documentario “Peggio della guerra”. “Dice che erano vicini di casa “… erano persino amici di famiglia”. Goldhagen ha catturato con la sua telecamera lo shock di constatare che vicini e amici potessero commettere crimini così atroci. Questo shock riecheggia nelle comunità delle vittime, tra gli studiosi e persino tra i responsabili del genocidio. Molti boia sono, in realtà, uomini comuni, né folli né sadici. In alcune ricerche sul nazista tedesco e principale organizzatore dell’Olocausto, si legge che: Il problema con Eichmann era proprio che molti erano come lui, e che molti non erano né perversi né sadici, che erano e sono tuttora terribilmente e spaventosamente normali. Per comprendere come una persona comune possa diventare responsabile di un genocidio, è necessario comprendere gli aspetti psicologici che possono portare a un cambiamento così estremo: la mentalità dell’individuo, il suo bisogno di categorizzazione e l’influenza del gruppo sull’individuo.

Nell’ambito di numerosi studi sul genocidio, sono stati identificati tre gruppi per distinguere il grado di partecipazione di un individuo al genocidio: spettatori, soccorritori e carnefici. Uno studio di Steven Baum ha rilevato che i livelli di sviluppo emotivo sono un indicatore del gruppo a cui l’individuo apparterrà. I tre livelli distinguono fasi separate della “maturità del funzionamento”. Il livello più alto, il livello III, si riferisce agli individui appartenenti al gruppo dei soccorritori. I due livelli più bassi, il livello I e il livello II, si riferiscono agli individui appartenenti al gruppo dei carnefici.Hitler aveva un intero popolo che pensava con il talamo. In tale stato, diventavano facile preda dei propagandisti. Lo schema che può emergere, che va dalla paura alla suscettibilità alla propaganda, alla caratterizzazione di un out-group come minaccia e di nuovo alla paura, è un circolo vizioso che influenza profondamente l’individuo.

Gigino Adriano Pellegrini

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