SCENDERE IN SOLITUDINE

Beaumont sur Mer-

L’autodistruttività umana è la tendenza a mettere in atto comportamenti che causano un danno fisico o emotivo a sé stessi. Spesso nasce come risposta disfunzionale a traumi o stress. Le sue radici sembrano psicologiche nel sabotaggio relazionale, nell’isolamento e in una severa autocritica.

Sigmund Freud scoprì che abbiamo tutti un impulso verso la vita e tutto ciò che vi è di costruttivo e lo chiamò “pulsione di vita”; ma scoprì anche che ne abbiamo uno contrapposto, che pende verso la morte e la distruzione, e lo denominò “pulsione di morte”.Questo sarebbe uno dei motivi per cui, in tutti i tempi e in tutte le culture, si sono verificate delle guerre. È anche il motivo per cui molte persone sviluppano sintomi e condotte autodistruttive. Tuttavia, solo in alcuni casi, queste condotte si impongono e diventano tratti permanenti della personalità.In fondo, le persone autodistruttive non si sentono degne di amore.

Di fatto, il loro amor proprio è molto scarso. Per questo, in qualche modo, non tollerano una relazione in cui tutto procede bene. Per quanto possa sembrare strano, se si sentono amati o apprezzati, faranno tutto ciò che è in loro potere per mettere fine al rapporto. Si sentono meglio nel ruolo di vittime che in quello di persone fortunate; preferiscono che la fortuna li schivi per potersene lamentare.

Come possiamo spiegare la brama di crudeltà dell’uomo? In un mondo in cui la violenza sembra essere in aumento, qualche intellettuale ha trattato questa domanda inquietante con profondità e portata nel modo più originale. Erich Fromm è andato oltre l’istintività dell’austriaco Konrad Lorenz, cioè la tendenza ad agire, reagire o esprimersi seguendo il proprio istinto, senza l’intervento della ragione, del calcolo o della riflessione. Ammettendo che esiste una sorta di aggressività che l’uomo condivide con gli animali, l’aggressione maligna, o distruttività, in cui l’uomo uccide senza scopo biologico o sociale. Erich Fromm dall’altro punto di vista sottolinea l’importanza sociale e culturale. In Lui, la distruttività è vista in termini di sogni e associazioni di molti pazienti e di personaggi storici come Stalin, un esempio estremo di sadismo; Himmler, un esempio di carattere burocratico-sadico; e Hitler.

Nel suo libro, “L’anatomia della distruttività umana”, Fromm riprende gran parte di questi temi, analizzando Heinrich Himmler e Josef Stalin come casi di studio del ‘sadico’ mosso dal bisogno di dominare. Introduce inoltre un nuovo tipo di personaggio maligno, il “necrofilo”, animato da un desiderio di pura distruzione. Il sadico non è necessariamente letale; poiché il suo desiderio primario è il controllo, vorrà mantenere in vita la vittima. Né infliggerà necessariamente dolore, che rappresenta semplicemente l’estremo logico e il limite invalicabile del rapporto. Il necrofilo, invece, è mosso dall’amore per tutto ciò che è morto, distrutto o in decomposizione – o, secondo l’autore, in una prospettiva moderna – per ciò che è inanimato e puramente meccanico.

Fromm presenta una serie raccapricciante di casi clinici e sogni di pazienti classicamente necrofili: coloro che infestano cimiteri e obitori e che sognano cadaveri, defecazione e parti umane smembrate. Poi, in un’inversione di rotta disorientante, riconosce che l’uomo moderno medio – “l’uomo del marketing” -senza conoscerlo Fromm descrive Donald Trump. Nelle loro pratiche funerarie, gli americani come Trump cercano di negare la morte. Tuttavia, amano i parcheggi, l’inquinamento e l’automazione. Pertanto, la società americana è ampiamente condannata per necrofilia, in contrapposizione alla biofilia. Da un certo punto di vista, Erich Fromm diventa il diecimillesimo scrittore americano a sottolineare la meccanizzazione della morte e a notare che l’autodistruttività non sorprende nei giovani di una cultura che nega la vita.

Gigino Adriano Pellegrini

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