Solo il 25% del cibo consumato a Roma proviene dall’agro romano e laziale. Il restante 75% arriva da altre regioni italiane — circa il 60% — o dall’estero, per un ulteriore 15%. Sono numeri che fotografano con fredda precisione la distanza cresciuta tra la Capitale e i territori che la circondano, e che restituiscono l’urgenza di un ripensamento profondo del modo in cui le grandi città si relazionano con la produzione alimentare.
A complicare il quadro, negli ultimi sessant’anni quasi 61.000 ettari di aree agricole e naturali nell’area metropolitana di Roma sono stati trasformati in superfici artificiali, mentre altri 41.000 ettari hanno subito processi di abbandono colturale, uscendo di fatto dal ciclo produttivo.È attorno a questa realtà che prende forma “Buono e Bio in Festa“, la manifestazione in programma oggi è domani all’Orto Botanico di Roma, promossa dall’Assessorato all’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei Rifiuti di Roma Capitale insieme a FederBio e Slow Food Italia, con la collaborazione della Sapienza Università di Roma e della Mountain Partnership-FAO.
Due giorni di talk, mercato, laboratori e attività aperte al pubblico, con un obiettivo ambizioso: riportare il cibo al centro del dibattito pubblico come questione politica, ambientale e sociale, non come semplice fatto di consumo.Città e aree interne: un rapporto da reinventareIl nodo centrale della manifestazione è il legame — oggi fragile, spesso interrotto — tra i sistemi urbani e i territori rurali che li alimentano. Secondo l’Atlante del Cibo della Città Metropolitana di Roma Capitale, il saldo commerciale agricolo del Comune di Roma registra circa 25 milioni di euro di export a fronte di 465 milioni di euro di importazioni: un disavanzo che misura, in termini economici, la dipendenza strutturale della città da produzioni esterne.
Eppure il potenziale non manca: il Lazio detiene l’11% dei terreni pubblici italiani, il dato più alto a livello nazionale, una riserva ancora largamente inutilizzata che potrebbe diventare leva per nuove filiere territoriali.Il talk di apertura — “Città come alleate delle aree interne: dalla dipendenza alla corresponsabilità territoriale” — affronta proprio questo nodo, coinvolgendo rappresentanti di diverse realtà urbane italiane: da Genova a Firenze, da Alba a Varese, fino a Melpignano, comune piccolo ma significativo nella geografia delle eccellenze enogastronomiche del Paese.
A fare da cornice istituzionale, la presenza di Anci con il presidente della Commissione Agricoltura Guido Milana, che da pochi mesi ha avviato un tavolo nazionale su questi temi.Secondo il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne, il 23% della popolazione italiana vive in questi territori, che custodiscono una quota rilevante della produzione agricola e della biodiversità nazionale, ma soffrono di spopolamento e di una crescita imprenditoriale più lenta. Nelle stesse aree, circa un’impresa agricola su quattro è guidata da donne, protagoniste spesso invisibili di quella transizione agroecologica che vorrebbe essere — nelle intenzioni dei promotori — anche socialmente equa. A loro è dedicato uno dei talk in programma: “Senza donne non c’è cibo”.
Fonte: Anagnia